Un'Italia in Barella

Fra la brutta sconfitta con il Belgio e la trasferta in Turchia, per la Nazionale le vicende politiche si mescolano sempre di più ai risultati del campo. Perché se continua così Mancini dovrà fare i conti con il commissario...
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Un'Italia in Barella
© LAPRESSE

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 27 settembre 2026, 15:30

La sconfitta contro il Belgio, ottava squadra del ranking FIFA (l'Italia è comunque quindicesima, nonostante tutto) e ai quarti del Mondiale battuto per un niente dalla Spagna poi campione, non era fantacalcio ma non c'è dubbio che il modo in cui per gli azzurri questa sconfitta è maturata sia stato fra i peggiori. Dei dieci azzurri che rimangono a Coverciano, notizia di giornata, mentre gli altri saranno impegnati a Bursa nella seconda partita di Nations League ben tre (Coppola, Mancini e Barella) erano fra i titolari dell’Olimpico, e se avesse seguito il suo istinto Mancini avrebbe lasciato in ritiro anche Di Lorenzo e Tonali, altri due della peraltro risicata vecchia guardia che sono stati deludenti e anche poco utili ai compagni più giovani.

Banale osservare che contro la Turchia ci si gioca il terzo posto che significa come minimo andare agli spareggi per rimanere in Serie A (e come massimo salvarsi direttamente), meno banale dire che un’imbarcata venerdì contro la Francia, non una normale sconfitta ma un’imbarcata, farebbe calare tantissimo le azioni di Mancini nel borsino del possibile commissario, il cui volto proprio in queste ore ha preso forma chiudendo un totonomi ai confini del grottesco: alla fine scelta CONI, o lo stesso Buonfiglio o più probabilmente il segretario generale Carlo Mornati. Entrambi nati come uomini di Malagò, con Buonfiglio però già sceso dal carro. Difficile fare una previsione sulla vicenda tesseramento, sia per i giuristi di Google, sia per quelli “di chiara fama” (qualsiasi cosa voglia dire) che dovrebbero suggerire al CONI una soluzione che salvi capra e cavoli. Non c’è comunque dubbio, e bisogna dirlo a chi straparla di ‘progetti’, che il modo in cui l’Italia uscirà da queste quattro partite sarà decisivo anche per le vicende politiche. In fondo Gravina si è dimesso non per avere lavorato male sui giovani o per cattiva amministrazione, ma soltanto per Palermo e Zenica.

Venendo alla strettissima attualità, Mancini per forma mentale e storia personale non attacca mai i giocatori, anche quando lo meriterebbero (come Allegri al contrario di Spalletti o di Conte, per stare su allenatori top e notare che la ricetta giusta non esiste), anzi è un seminatore di ottimismo, ma è chiaro che i problemi più seri sono a centrocampo, dove fra Barella, Tonali e uno dei giovani da lanciare sembrava essere messo meglio che altrove. Uno staff tecnico di altro tipo gli consiglierebbe qualche partita di 4-4-2, modulo oltretutto ben presente nella carriera di Mancini, ma si dice che Bollini, Gagliardi, Maccarone e forse anche Bonucci siano convinti della strada intrapresa: quindi Mancini e Malagò andranno avanti, o a fondo, con le loro idee (quelle del presidente FIGC sono ancora segrete, al di là delle nomine). Mettere numeri alla lavagna vale comunque meno della sottolineatura che dopo l’ormai mitico Euro 2020 l’Italia non ha quasi (da ricordare la iottoria di Spalletti in Francia) mai battuto una squadra di prima fascia. Ecco, la Turchia di Montella non lo è.  

stefano@indiscreto.net

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