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George Weah, 60 anni: il futuro del centravanti

Tommaso Guaita/Edipress
Pubblicato il 2 ottobre 2026, 10:42
A un certo punto degli anni Novanta, George Tawlon Manneh Oppong Ousman Weah da Monrovia ti attraversava il televisore a tubo catodico completamente nudo, sconvolgendo gli ospiti di un ristorante elegante. In un improbabile contesto Belle Époque, con il sottofondo jazz e donne ingioiellate con guanti e abito lungo, King George si muoveva tra i tavoli con la grazia inconsapevole di un novello Pretty Woman. Una volta seduto, si rivelava in smoking, non più in tenuta adamitica, e nel suo italiano improbabile domandava alla ragazza che lo attendeva: “Tutobene?”. Era la pubblicità di un deodorante. Le Diadora rosse, bellissime, in un'epoca in cui le scarpe da calcio erano tutte nere. La canottiera bianca, tutta slabbrata, con scritto a pennarello nero, con una calligrafia un po’ incerta: “99+1=100 Grazie amici”, per festeggiare le cento gare con il Milan durante un 5-1 all'Udinese. Un suo amico che si presenta al suo fianco a 90° minuto raccontando di aver appena battezzato suo figlio Abebe Milanista Weah, in onore dello scudetto appena vinto dal Milan a Perugia. I siparietti con Pellegatti, che lo guardava sempre con occhi adoranti tenendogli puntato un grosso microfono sotto il naso. Una volta ha confessato di essere juventino da sempre, per la sorpresa del suo tecnico, Fabio Capello, presente in studio a Controcampo. Un'altra fa scompisciare Roberto Baggio ripetendogli “Magna magna generale” una, due e tre volte perché quando giocavano insieme al Milan se lo dicevano negli spogliatoi. E la più citata: l'improvviso “Ciao a tutti belli e brutti” che lascia di stucco Alberto Brandi a Guida al campionato, uno slogan talmente divertente detto da uno come lui, che ancora oggi glielo fanno ripetere ogni volta che un italiano lo intervista.
George Weah prima di Ronaldo: il centravanti del futuro
George Weah è stato il prototipo di Ronaldo il Fenomeno. Il primissimo centravanti in Italia a unire tecnica nel dribbling eccellente, fisicità poderosa e velocità devastante. In un'epoca dove dominavano i Baggio o i Batistuta, lui era uno straordinario compendio tra le due categorie. Ai tifosi milanisti si era presentato in un assolato pomeriggio all'Euganeo di Padova con un gol di nuca dopo sei minuti, svettando sui difensori avversari, e un lancio perfetto a pescare, pensa un po’, Franco Baresi sulla linea del fuorigioco. Due giocate per i primi tre punti della stagione, con quella splendida maglia bianca con due strisce verticali rossonere al centro del Milan 1995-96. Ma Padova è una cosa, Roma un'altra. Così il primo, debordante concentrato di tecnica, velocità e potenza Weah lo mostra all'Olimpico, segnando una doppietta stellare alla Roma con un esterno destro all'angolino da dentro l'area e un uno-due destro e sinistro per saltare secco Aldair e mettere tra le gambe di Cervone il gol del 2-1 in rimonta. Colpi che, uniti a una Champions 1994-95 da capocannoniere con il PSG – con licenza di riposarsi durante la semifinale con il Milan – gli sono valsi il Pallone d'Oro. Mostrato a San Siro il 7 gennaio 1996, a pochi mesi dai trent'anni, prima di un bagnatissimo Milan-Sampdoria 3-0. Gara in cui Roberto Mancini, talmente frustrato al cospetto dello strapotere di quell'uomo immenso, gli va a sbattere contro provando ad affrontarlo a muso duro e finisce all'ospedale con una sospetta frattura dell'orbita, cinque punti all'arcata sopraccigliare e un taglio alla bocca.
Il Pallone d’Oro del 1995 e lo scudetto con il Milan
Per il Milan è l'ennesimo scudetto, per Weah un successone al primo colpo. Perché nonostante segni appena undici gol, un numero misero per un centravanti ma in linea con le sue precedenti stagioni, il suo contributo al successo di squadra è a livello dei grandi della storia rossonera. Weah è generoso, amato, decisivo nelle gare in cui la posta in gioco è alta. Nella prima stagione la sua perla è il gol alla Lazio, di nuovo all'Olimpico, in cui firma l'1-0 del Milan a quattro minuti dal novantesimo scattando come un centometrista tra due avversari e prendendo dieci metri sull'uscita del portiere biancoceleste.
Il gol di Weah al Verona: una corsa nella storia
“Siam venuti sin qua, siam venuti sin qua, per vedere segnare Weah” gli canta la Sud, e tutto San Siro viene giù alla prima giornata della stagione successiva contro il Verona. Il più forte giocatore liberiano di tutti i tempi calamita un pallone spiovuto da corner nella sua area e comincia a correre lasciandosi dietro tutti. A centrocampo passa tra tre avversari con una piroetta, ne supera un quarto lanciandosi da solo ed entrato nell'area avversaria, segna con un diagonale d'interno. Un coast-to-coast che scatena paragoni con Maradona, ma è un gol tutto suo, quello di King George. Uno dei più belli della storia del nostro campionato. Per due stagioni, Weah è il miglior marcatore di un Milan che affonda, undicesimo e decimo posto, tra scelte sbagliate e cambi di allenatore in serie, poi con l'arrivo di Zaccheroni è costretto ad allargarsi per fare posto a Bierhoff. Ma fa comunque la differenza. La sua doppietta a Torino contro la Juventus, con la corsa mano nella mano con Zorro Boban per esultare sotto lo spicchio dei tifosi milanisti venuti ad assistere a una trasferta decisiva per un altro scudetto, è un altro momento diventato iconico. Polaroid di un giocatore di un'altra epoca, forse, prodotto d'eccellenza di un altro calcio, magari. Ma che a sessant'anni fa ancora scena quando lo vedi spuntare sullo schermo del tuo telefonino o del tablet vestito con gli abiti tradizionali africani da ex presidente della Liberia. Lo guardi strabuzzando gli occhi e vorresti sentirlo pronunciare di nuovo il suo “Tutobene?”. Buon compleanno, Giorgione.
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