Sottovalutando Pedro

Uno degli attaccanti più decisivi della storia moderna lascia il calcio, vissuto al massimo livello fra Spagna, Barcellona, Chelsea, Roma e Lazio, senza le celebrazioni dedicate ad altri che le partite importanti le fallivano... 
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Sottovalutando Pedro
© LAPRESSE

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 8 ottobre 2026, 12:50

Se nel calcio internazionale esiste un vincente, parola che in ultima analisi significa tutto e niente, questo vincente è senza dubbio Pedro. Nel senso di Pedro Rodríguez Ledesma, che a 39 anni ha appena annunciato il suo ritiro conquistando sui media soltanto poche righe, con poche eccezioni anche in patria. Pedro era uno degli ultimi superstiti di quella Spagna che vinse tutto (come quella di adesso, del resto) e di quel Barcellona che, sotto Guardiola, trasformò il possesso palla in una forma di dominio. Ha giocato 20 anni ad altissimo livello, passando dal Barcellona al Chelsea, quindi alla Roma e alla Lazio. Ha vinto tre Champions League, un Mondiale, un Europeo, una Premier League, un'Europa League e una quantità di trofei quasi impossibile da elencare. Sempre da protagonista, questa la differenza con personaggi più celebrati.

La sua carriera lascia infatti una sensazione curiosa: nonostante la Spagna e i grandi club in cui ha giocato, quindi sempre in situazioni di grande visibilità e considerazione, Pedro è uno dei grandi sottovalutati della storia del calcio. Certo a prescindere dal ruolo non è stato Xavi, non è stato Iniesta, forse non è stato nemmeno David Silva. Non ha avuto l'aura, o se vogliamo l’hype, che in certe stagioni hanno avuto Fernando Torres o David Villa. Va da sé che nel Barcellona il suo status fosse ben lontano da quello di Messi, ma tutti sono lontani da Messi. Nei momenti decisivi lui ha però sempre risposto ‘presente’, cosa difficilissima per tutti e per un attaccante in particolare. Altro che Pedrito, lui è stato l’uomo delle finali o della pertite che valevano finali.

Nel 2009 è diventato il primo giocatore nella storia a segnare almeno un gol in tutte e sei le competizioni ufficiali disputate dal Barcellona nella stessa stagione: Liga, Copa del Rey, Champions League, Supercoppa spagnola, Supercoppa UEFA e Mondiale per club. È una statistica, fra le tantissime che potremmo copincollare, che dice molto della sua carriera. E ancora di più dice il fatto che abbia segnato gol decisivi in sistemi tattici molto diversi tra loro. Lo ha fatto nel Barcellona del possesso assoluto, nella Spagna del tiki-taka, nel Chelsea più verticale di Conte, nel buon Chelsea di Sarri, nella Roma di Fonseca e nella Lazio di Sarri, Tudor, Baroni e di nuovo Sarri. È questa la differenza tra un ottimo giocatore di sistema e un grande giocatore di sistema: il primo ha bisogno che il sistema funzioni; il secondo sa trovare il modo di essere utile anche quando il sistema cambia.

L’elenco dei gol decisivi di Pedro sarebbe troppo lungo anche per un libro, quelli più ‘da Pedro’ sono stati secondo noi quello dell’1-0 nella finale di Champions 2010-11 poi vinta 3-1 dal Barcellona contro il Manchester United, quello del pareggio all’ultimo minuto che mandò ai supplementari la finale del Mondiale per club 2009 contro l’Estudiantes, quello del folle 5-4 a pochi minuti dai calci di rigore nella Supercoppa UEFA 2015 contro il Siviglia. Senza dimenticare i tanti segnati con Roma (memorabile quello nel derby 2021) e nella Lazio, fino al 2026. I suoi allenatori del cuore Guardiola e Sarri, i suoi compagni praticamente tutti. Nessun bisogno di fare l'antipersonaggio, visto che lo era e lo è naturalmente. Vent'anni di calcio e di vita, anche nostra, sono finiti alla Pedro. Senza dichiarazioni roboanti, senza letterine strappalacrime scritte da altri, senza rimpianti.  

stefano@indiscreto.net

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