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Superclassifica della settima giornata di Serie A

Tommaso Guaita/Edipress
Pubblicato il 20 ottobre 2026, 14:11
10: Bravo chi a Frosinone è riuscito a convincere Sartori (5- al mercato di quest'anno) che Antonio Raimondo aveva disperato bisogno di un altro anno di prestito in Ciociaria. Finora, l'ex Primavera rossoblù lanciato da Mihajlovic ha fatto da solo più gol di tutto il Bologna, proprietario del suo cartellino. Tripletta al Sassuolo e sette gol in sette giornate: una media da 10 in pagella e da capocannoniere. Per lui sono già tre partite con almeno una doppietta in stagione, come Lamine Yamal. Un confronto che non ha alcun senso sul piano tecnico, ma che regge se si parla di sensibilità realizzativa, almeno per quanto riguarda la capacità di prevedere dove andrà una palla sporca. Inzaghiano.

9: Alla Roma il centravanti è Malen, ma il numero nove lo indossa Santiago Castro, che chiuso dall'olandese volante sinora non aveva avuto molte occasioni di splendere. Per una squadra ancora tramortita dalla rimonta subita contro il Real, senza Dybala e con il totem Malen squalificato, la partita con il Genoa rischiava di essere più complicata del previsto e lo 0-0 del primo tempo era lì a dimostrarlo. Poi, a inizio ripresa, ecco il colpo da attaccante di razza, e che razza di gol: palla incollata al piede in un’area piena zeppa di difensori, piroetta e scavetto sul secondo palo di mezzo esterno. E viene giù l'Olimpico.
8: Ai ragazzi italiani. I giornali ne celebrano gli sguardi, che pare mostrino libertà di pensiero e una rinnovata sicurezza nei propri mezzi, sarà, ma ciò che conta di più sono i gol, che finalmente arrivano anche dai giovani azzurri, che tutti davano per estinti. Nei giorni in cui esplode anche nelle strade d'Italia la rabbia giovanile, Cissé segna una tripletta in Europa League, di Raimondo abbiamo già detto, Kouadio porta in vantaggio il Monza e come il quasi scartato Lulli realizza il primo gol in A e lo scartato (dal Milan, 4!) Liberali illumina il Franchi con il suo sinistro. Mancano all'appello Pio Esposito, che però ci ha già confortato in Nations League, e il solito Camarda, che proprio non riesce a trovare spazio. Come i giovani in piazza, anche lui merita di essere ascoltato prima di essere giudicato: non aspettiamo che la frustrazione lo spinga a rompere le vetrine.

7: Alla settima giornata, si svegliò il Venezia. Contro il Napoli, per giunta, non un avversario da poco. Il povero Giovannino Stroppa ormai farà gl'incubi ogni volta che viene promosso in Serie A dopo aver dominato la B, ma come nel 2022 a Monza il suo esonero è coinciso con una rapida ripresa della sua ex squadra. In Brianza se n'era andato dopo cinque sconfitte su sei e, con l'arrivo di Palladino, alla settima i suoi avevano vinto battendo 1-0 in casa la Juventus di Allegri. A Venezia hanno aspettato una sconfitta in più per l'esonero, ma con l'arrivo di Nicola la storia si è ripetuta: 1-0 contro una squadra di Allegri alla settima e prima vittoria. La vita è un cerchio e per Stroppa si è chiuso di nuovo.
6: Al Milan che strapazza l'Atalanta per sessanta minuti, ma poi si spegne e rischia di prendere il gol del 3-3. Maignan salva su Zappacosta in extremis, permettendo a Rabiot (7 come il suo complessivo di gol e assist in campionato) e compagni di portare a casa tre punti buoni a tenere il passo delle migliori. Come per Ramos, tornato al gol in Serie A e poi rigore sbagliato, per la lode bisognerà aspettare.
5: Cinque sconfitte e quattro punti: il problema viola non è più una questione di episodi. Vanoli, travolto e gettato a terra da Mastantuono nell'esultanza per il 2-2 di Pongracic, poi annullato, ci ha messo del suo, togliendo il talento argentino quando c'era ancora spazio per riaprire la gara, ma dopo i proclami estivi e la prosopopea dirigenziale, nella viola non sembra funzionare proprio nulla. A partire dalla peggior difesa della Serie A. La stagione scorsa, alla settima giornata, i punti erano tre, quest'anno quattro, e forse, più che rivoluzionare la rosa, per evitare lo stesso stillicidio pure l'anno prossimo bisognerebbe dare una registrata a tutto l'ambiente.

4: Alle partenze a handicap dell'Inter, che per la quarta volta in questo campionato è passata in svantaggio ed è stata costretta a rimontare. In Serie A, sinora, non hanno inciso sul risultato finale e con Napoli, Udinese, Roma e Bologna sono arrivati dieci punti in rimonta, ma in Champions il giochino non funziona. Se Chivu non riuscirà a sistemare l'approccio alle partite, per i nerazzurri sarà più complicato del previsto fare il bis Scudetto. Ma il tempo, e l'Inter sembra saperlo benissimo, è galantuomo.
3: A Spalletti e alla sua dialettica sempre più furiosa, risentita e inconcludente. Settimana scorsa se l'è presa con Pisacane, minacciando schiaffi, stavolta – con tre gol sul groppone – ha attaccato addirittura il proprio capitano, il numero 3 Bremer, reo di aver provato a spronare i compagni a dare di più: “Bremer dice che c'è chi si nasconde ai fischi? Bremer deve rispondere ed è bene che faccia delle analisi, però lui è dentro alla partita di stasera come ci sono io che pure oggi ero in tribuna. Lui è dentro, prima individualmente bisogna parlare di noi stessi, prima che parlare della squadra”. Come la madre che riprende il padre che sta sgridando i figli: una lezione di comunicazione familiare che nessun manuale di puericultura consiglierebbe.
2: Settimana scorsa, dopo quattro sconfitte consecutive, avevamo dato 4 all'Udinese di Kosta Runjaic, alla quinta il voto scende a 2, perché contro il Lecce (9 come i punti di una classifica lusinghiera) quella delle zebrette sembra una resa senza combattere: con appena due tiri verso la porta a undici. Se gente da grande squadra come Alaba e Solet viene travolta da N'Dri e Fatah significa che non ci sono né testa né condizione, così sul banco degli imputati non può non finire l'allenatore. “La situazione è chiara e la responsabilità è mia”, ha detto lui. Che se non altro è da premiare per la coerenza.

1: Al calciomercato di De Laurentiis, che in confronto quello del Bologna è un’opera d'arte. Allegri sembra demotivato e in confusione come mai prima d’ora, anche più dell'ultimo anno alla Juventus quando è finito a strillare a Giuntoli dopo la vittoria in Coppa Italia, ma il vero colpevole di quest'inizio di stagione è il presidente. A una squadra troppo in là con gli anni serviva un rinnovamento importante dopo i due anni faticosi con Conte, ma lui non ha toccato nulla, limitandosi alla sacrosanta e costosa conferma di Hojlund e a scegliere contro ogni logica tecnica un allenatore diventato sempre più conservatore e con le spalle abbastanza larghe per fare da parafulmine in caso di necessità. Cinque sconfitte in nove gare stagionali dicono che si poteva far meglio: a Napoli serviva una ventata d'aria nuova, ma si è scelto di chiudere tutte le finestre.
0: La cosa peggiore della settimana arriva dalla Champions, con gli zero punti conquistati dalle italiane nel secondo turno. L'Inter è rimasta vittima dei suoi inizi di partita, il Napoli e la Roma del fiato corto, il Como dell'inesperienza, ma l'impressione è che le nostre squadre non siano attrezzate per competere a quel livello. Che l'Europa League e la Conference ci siano lievi.
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