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Gattuso come Ranieri? Cosa c’è dietro il MiracoLazio

Tommaso Guaita/Edipress
Pubblicato il 27 ottobre 2026, 08:00
Il Napoli 2022-23 può essere considerato una sorpresa? Sicuramente più della Lazio nel 2000 o della Roma nel 2001, ma in Serie A l’ultimo trionfo di un’outsider è quello della Sampdoria nel 1990-91. Per quanto una squadra con Mancini, Vialli, Cerezo, Vierchowod e Pagliuca possa davvero considerarsi un’underdog: la rosa blucerchiata, infatti, era di altissimo livello. Per trovare una rivelazione con tutti i crismi, a questo punto, bisogna tornare all’Hellas Verona del 1984-85. Sotto la guida di Bagnoli, Elkjær, Briegel e compagni conquistarono l’unico scudetto nella storia del club, tre anni dopo la promozione dalla Serie B. Un trionfo meno casuale di quanto possa sembrare oggi, ma comunque inatteso tanto quanto lo sarebbe una vittoria della Lazio di Gattuso. Che sogna di stupire il mondo come fece quella di Chinaglia, Re Cecconi, Wilson e Maestrelli negli anni Settanta. I biancocelesti hanno sicuramente più abitudine di quel Verona ai grandi palcoscenici, all’alta classifica, ma la stagione della squadra è partita con premesse forse peggiori rispetto ai gialloblù di allora. I ragazzi di Bagnoli venivano da un sesto posto e da una finale di Coppa Italia persa contro la Roma campione in carica. Mentre la Lazio ha chiuso nona il 2025-26, con Sarri, sconfitta in finale di coppa dai campioni d’Italia in carica dell’Inter. Coincidenze. Mentre il Verona viveva sulle ali dell’entusiasmo da quando Bagnoli si era seduto in panchina nel 1981-82, collezionando un primo posto in B, un quarto e un sesto in A con due finali di Coppa e la partecipazione alla Uefa, la Lazio e i laziali, negli ultimi tempi, si sono sempre dipinti come il brutto anatroccolo. Tristi, perseguitati e disprezzati nonostante, tirando di qua e di là, la squadra sia sempre riuscita o quasi a racimolare buoni piazzamenti. A partire dal sorprendente secondo posto del 2022-23.
La ricostruzione della Lazio e lo stadio vuoto
Da quando se ne sono andati Milinkovic-Savic, Luis Alberto e Immobile, i tifosi laziali un po’ alla volta hanno abbandonato lo stadio, in aperta contestazione con l’operato di Lotito e dei suoi uomini mercato. Soprattutto il mai troppo amato – è un eufemismo – Angelo Fabiani: «Mi piacerebbe vedere già da sabato, contro il Parma, uno stadio pieno. Mi piacerebbe vivere un ambiente festoso», ha provato a buttare lì il ds dopo il sorprendente 3-0 contro la Juventus a Torino. Ma nemmeno quella volta è stato accontentato. L’Olimpico è desertificato, la Nord resta sulle sue posizioni, ma la Lazio di Gattuso come il Verona di Bagnoli sta dando spettacolo, e dopo otto partite ha messo insieme sette vittorie e un pareggio. Un risultato che, se non ci fosse di mezzo la corazzata Inter, avrebbe sancito definitivamente lo status di favoriti dei biancocelesti, da qui sino a fine campionato. L’ennesimo calciomercato fatto di saldi, prestiti con diritto e cessioni illustri aveva fatto presagire ai più un’annata lacrime e sangue, compreso chi scrive. E lo stesso post-Sarri affidato a Gattuso, reduce dalla delusione di Zenica con la Nazionale e da esperienze controverse tra Napoli, Milano e Spalato – con la parentesi di Firenze naufragata prima ancora di cominciare – non offriva grandi garanzie di stabilità. Insomma, sembravano esserci tutti gli ingredienti per finire la stagione invischiati nella lotta retrocessione, in stile Fiorentina. Ma come a volte accade nelle situazioni di crisi nera – in Italia lo sappiamo bene perché è in mezzo alle fiamme che abbiamo vinto i Mondiali 1982 e 2006 – Rino sta ottenendo il meglio da ognuno dei suoi uomini, da Frattesi a Tavares. Trasformando quella che sembrava un’accozzaglia in un’armata. Ad alcuni la corsa biancoceleste, sempre rimanendo a Verona, ricorda un po’ quella del Chievo di Delneri, che nel 2001-02 ha vinto sei delle prime otto partite giocate in A. Ma anche in quel caso, bisogna considerare la differenza di blasone, le pressioni ambientali diametralmente opposte e le aspettative di partenza. Roma non è come un quartiere di Verona.
La Lazio può essere il nuovo Leicester?
Anche il confronto con il Leicester 2015-16 sotto questi aspetti è difficile da sostenere. La quota pre-campionato delle Foxes era di 5.000 a 1, la squadra veniva da un quattordicesimo posto e nella sua storia non ha mai lottato per la vittoria in Premier. Nessuno pensava a un titolo e nemmeno lo chiedeva: bastava salvarsi un’altra volta e tutti sarebbero stati, abbastanza, contenti. “E se ti accontenti godi, così così”, come cantava Ligabue. Forse il paragone che funziona di più è quello tra Gattuso e Ranieri, che all’epoca era considerato un allenatore poco abituato alle vittorie e ormai in fase di declino. Come Rino, che pur più giovane del Sir Claudio versione 2015, ad inizio agosto era già stato messo sul carrello dei bolliti. Anche il parallelo con il Nottingham di Brian Clough, che ha vinto la First Division inglese nel 1977-78, ha poco senso. A parte che si trattava di un calcio molto diverso – ma questa è un’obiezione che vale per tutte le epoche – anche il Forest veniva da una promozione dalla seconda serie. Eppure Clough, reduce dalla turbolenta esperienza al Leeds (consiglio: guardatevi Il Maledetto United per saperne di più), era già un allenatore capace di imprese straordinarie. Se hai un mezzo genio pazzo in panchina – cosa che non si può dire del buon Gattuso, almeno per ora – le sorprese sono sempre dietro l’angolo. E infatti quel Nottingham farà anche un pazzesco back-to-back in Coppa dei Campioni, nel 1979 e nel 1980, prima di entrare in una fase di progressivo ridimensionamento e uscire dal gruppo delle grandi del calcio inglese. È il più classico esempio di “regressione verso la media”, familiare a chiunque si occupi di statistica.
La somiglianza più forte
La squadra più simile alla Lazio attuale, forse, è il Deportivo La Coruna campione di Spagna nel 1999-2000, capace di scoprirsi contender al titolo partita dopo partita, nonostante un calciomercato fatto di tante cessioni dolorose e una rosa costruita con tanta fantasia e pochi soldi. Anche la carriera sottotono del tecnico Javier Irureta, almeno sino al nuovo Secolo, ricorda un po’ quella del Gattuso a.L., avanti Lazio. Vero che il Riazor ribolliva ogni partita casalinga mentre l’Olimpico tace, ma quel Deportivo, come la Lazio, si esaltò grazie a giocatori fino a quel momento rimasti nel cono d’ombra del grande calcio, come il funambolo Djalminha, il portiere camerunese Songo’o, il portoghese Pauleta o il “Pistolero” olandese Roy Makaay, autore a fine anno di ben 22 gol. In più, rispetto alla Lazio, il Super Dépor aveva la Coppa Uefa, che toglieva energie mentali e fisiche, mentre Gattuso può concentrarsi esclusivamente sulla Serie A. A differenza delle rivali in cima alla classifica. Sarà difficile, per i biancocelesti, ripetere l’epopea di queste grandi squadre. Campioni a sorpresa contro ogni previsione. Anche perché otto giornate sono solo una frazione minima di una stagione lunghissima. Sognare, però, non costa nulla e tra paralleli improbabili e pronostici sbagliati, forse è tempo che anche il calcio italiano torni a regalare una stagione fuori dall’ordinario. Sempre che siate tra coloro che qualche stagione fa non credevano nel Napoli di Spalletti.
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