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Palladino, un "chiattillo” sotto i portici

Marco Montanari
Pubblicato il 31 ottobre 2026, 16:00
Se Raffaele Palladino fosse nato al Vomero, potrebbe tranquillamente essere definito un “chiattillo”, il paninaro in salsa partenopea: un ragazzo bene educato che ostenta il proprio status sociale e agiatezza. Ma lui è nato a Mugnano di Napoli (il 17 aprile 1984), e allora chissà se pure lì ha ragion d’essere l’appellativo. Resta il fatto che il Phisique du Rôle non manca: figlio di papà (nel senso che il padre Guglielmo è stato a sua volta calciatore: apice della carriera, Sambenedettese...), piglio sfrontato per quanto mai sopra le righe, orgoglioso delle sue ambizioni tanto da volerle trasmettere ai propri calciatori. E finora, da allenatore, ci è sempre riuscito: dopo la gavetta nelle giovanili del Monza, Berlusconi e Galliani gli affidano la prima squadra, in Serie A, dopo aver esonerato Stroppa. Bilancio: storica salvezza e poi una stagione ben oltre la linea di galleggiamento, niente male per un club neopromosso come quello brianzolo. La cosa non sfugge agli addetti ai lavori, infatti Palladino si trova a vivere la sua terza stagione da tecnico “pro” sulla panchina della Fiorentina. Nel giugno 2024 approda al Franchi e firma un biennale: la semifinale di Conference League e il 6º posto in Serie A non servono a placare i malumori della “piazza” viola, così Raffaele prende tutti in contropiede e si dimette, forse anche per cercare di metabolizzare la scomparsa di mamma Rosa, avvenuta qualche mese prima. Il calcio che conta non si dimentica di lui e già nel novembre del 2025 eccolo sulla panchina dell’Atalanta, al posto del defenestrato Juric. A Bergamo, la storia si ripete: in Champions League l’Atalanta, dopo aver terminato la prima fase al 15º posto, agli spareggi elimina il Borussia Dortmund e accede agli ottavi di finale, dove peraltro verrà battuta dalla corazzata Bayern Monaco; in campionato, la prodigiosa rincorsa porta la Dea al 7º posto (valevole per l’accesso in Conference League). Vissero tutti felici e contenti? Non lui, che terminata la stagione si rimette in pausa…

Un progetto al ragù
Adesso tocca al Bologna, squadra che sotto la guida di Domenico Tedesco pareva un ectoplasma. Troppo brutto per essere vero, e i tifosi credevano di sapere di chi era la colpa: del presidente Saputo (un “plumone”, tirchio, come dicono da queste parti, che pure nel Bfc ha investito circa 300 milioni di euro…), del direttore generale Sartori e del direttore sportivo Di Vaio, accusati di aver smembrato la squadra senza rimpiazzare adeguatamente i partenti. Qualcosa andava fatto e la società - ancora una volta - l’ha fatto, e bene: contratto triennale (che biennale non porta fortuna, come avete visto…) e iniezione di fiducia a tutto l’ambiente. La… siringa l’ha usata proprio Raffaele: «Contattandomi, la società mi ha dato una dimostrazione di grandissima fiducia. Non mi ha prospettato una panchina, ma un progetto. E io sono venuto qua per questo». Obiettivi stagionali? «Non dobbiamo porci limiti». Figuratevi se un “chiattillo” se ne pone...
Questione di mentalità
Quando le cose vanno male, come sono andate al Bologna in avvio di stagione, le ragioni sono molteplici e vanno affrontate senza girarci attorno. Per esempio l’entusiasmo, il carburante che serve per fare strada. «Voglio trasmettere alla squadra la mia energia, costruendo un rapporto forte con il gruppo. Voglio stare il più possibile con i ragazzi, conoscere le loro emozioni, le loro sensazioni. Non ho la bacchetta magica, ma l’aspetto mentale è fondamentale». Altro aspetto importante, la preparazione atletica, fin qui apparsa approssimativa. «Nel calcio moderno è importante avere un’ottima condizione fisica, se si vuole impostare una squadra propositiva. Fin dal primo momento ho percepito grande predisposizione da parte del gruppo a poter cambiare, le basi ci sono. Questa è una squadra camaleontica e lo dimostrerà». E non è questione di modulo: «Nel mio percorso da allenatore ho cambiato vari sistemi di gioco». Adora i cosiddetti “piedi buoni”, a patto che sappiano sacrificarsi per il bene comune: «Mettere giocatori di qualità in campo è fondamentale. Poi la qualità deve essere unita al sacrificio, senza questo non si va da nessuna parte».

La voglia matta
Insomma, la paura di subentrare in corsa, dando alla squadra un’anima che nelle prime giornate di campionato ha dimostrato di non avere, non lo spaventa. Anzi, è forse la specialità della casa… «Sono convinto che qui si possa fare qualcosa di importante. Sono ambizioso, la società è ambiziosa e i ragazzi devono esserlo per ambire a grandi traguardi». Perché lui, che in carriera – da calciatore – ha vinto due Tornei di Viareggio, una Coppa Italia Primavera (sempre giocando nella Juventus) e un Campionato Europeo Under 19, non ha mai nascosto la propria ambizione: «Voglio vincere qualcosa di importante». Nonostante le origini partenopee, non parlategli di scaramanzia, fortuna o sfortuna… «La fortuna ti aiuta una volta, massimo due. Poi, se non sei bravo, i nodi vengono al pettine. Io studio da quando avevo 30 anni. Ho lavorato tanto, insomma, per meritare di essere qui». Raffaele si fa i fatti suoi, ma se gli chiedete che cosa pensa della nostra Nazionale, da anni in affanno, non si tira indietro: «Appartengo alla generazione di Del Piero, Totti, Cassano, Di Natale, giocatori che hanno portato l’Italia a un livello altissimo. Oggi non si investe nei Settori Giovanili, non si punta sugli istruttori, che dovrebbero invece essere competenti e ben pagati». Da professionista, non ha una squadra “del cuore”, però dual ricorda volentieri i suoi ultimi datori di lavoro… In ordine temporale, Berlusconi: «Un visionario geniale, ogni giovedì andavo a cena ad Arcore con Galliani, ascoltavo e imparavo». Commisso? «Un secondo papà, una persona dotata di un’umanità unica, sincero e leale, molto legato alla famiglia. All’epoca mia madre non stava bene e lui mi è stato vicino».
Percassi? «Nella mia vita, da calciatore e da allenatore, non ho mai conosciuto una famiglia come la loro. L’Atalanta è un figlio, ci tengono in maniera passionale, amorevole». In attesa di conoscere - tra qualche tempo - che cosa pensa di Saputo, Raffaele davanti allo specchio si vede così: «Madre natura mi ha aiutato, mi ha regalato una bella immagine che io cerco di conservare tenendomi in forma. Sono un uomo che coltiva ambizione e cerca di trasferirla ai propri giocatori». Non ha un tecnico “di riferimento” («Devi guardare tutti, studiare e osservare, per poi costruire una idea tua e trasmetterla ai calciatori. Il calcio è in continua evoluzione, i “modelli” ti frenano») e per andare d’accordo con lui i calciatori sanno come si fa: «Pretendo disciplina sugli orari: arrivo, colazione e pranzo. È uno stile di vita. Il rispetto dei ruoli e il dialogo: non credo alla dittatura, ma alla gestione del gruppo». La saggezza popolare insegna che è meglio avere una buona faccia (scevra di timidezza) piuttosto che una bella faccia. Palladino le possiede entrambe: ai portici bolognesi l’ardua sentenza...
Tratto dal Guerin Sportivo di Novembre 2026
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