De Rossi-Mandzukic e i microfoni del 2016

De Rossi-Mandzukic e i microfoni del 2016

Pubblicato il 25 gennaio 2016, 11:29

Il caso De Rossi-Manzukic, più ancora di quello Sarri-Mancini, ha dimostrato che nel 2016 le cose che si dicono in campo non possono più rimanere in campo. Come del resto avviene in tutti gli ambiti, a meno che qualcuno gradisca essere chiamato 'finocchio' o 'zingaro' dal vicino di scrivania, proseguendo poi a lavorare in letizia. Qui adesso non è tanto interessante l'eventuale uso della prova tivù (anche se le frasi razziste, ammesso e non concesso che siano state dette, sono sempre per il regolamento in un territorio di confine) per il labiale di De Rossi o l'analisi delle provocazioni del croato, ma il principio generale: se passa il concetto che tutto ciò che avviene su un campo da calcio debba essere evidenziato dalla tecnologia, senza aspettare le denunce dei singoli, nel calcio vedremo una svolta epocale e forse, dopo qualche centinaio di squalifiche, anche più intelligenza nelle tante situazioni di tensione. Il punto è che deve venire fuori tutto, ma davvero tutto, ciò che può essere registrato perché se no si rischia di pescare dal mazzo il Sarri della situazione e di criminalizzarlo per frasi che centinaia di suoi colleghi hanno detto (anche a Mancini, che in altre occasioni ha fatto l'uomo di calcio), con microfoni stranamente spenti e bordocampisti che al massimo segnalavano chi si stava scaldando. Senza contare che tollerando certi insulti e non altri si crea una discriminazione nella discriminazione: cosa vale di più fra una madre puttana, un negro, un terrone, un ebreo e un handicappato? Un bel dibattito, davvero... Ovviamente si andrà avanti in maniera selettiva, a seconda del numero di tifosi della squadra 'vittima', e magari con la giurisprudenza di settimana scorsa De Rossi se la caverà perché in fondo Mandzukic non è zingaro. Twitter @StefanoOlivari

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