Un calcio a Gheddafi

Indietro nel tempo, all'estate 2000. Il calciatore Saadi, uno dei figli di Gheddafi, gioca nella squadra di Tripoli. Bengasi contro Tripoli. La sfida rischia di far fare una figuraccia al leader, perché la squadra di Saadi sta perdendo 1 a 0. Ci pensa l'arbitro a fare giustizia, assegnando due rigori inesistenti e convalidando una terza rete in palese fuorigioco alla squadra di Tripoli...
Un calcio a Gheddafi

Pubblicato il 21 marzo 2011, 15:02

Indietro nel tempo, all'estate 2000. Il calciatore Saadi, uno dei figli di Gheddafi, gioca nella squadra di Tripoli. Bengasi contro Tripoli. La sfida rischia di far fare una figuraccia al leader, perché la squadra di Saadi sta perdendo 1 a 0. Ci pensa l'arbitro a fare giustizia, assegnando due rigori inesistenti e convalidando una terza rete in palese fuorigioco alla squadra di Tripoli. I giocatori del Bengasi vogliono abbandonare il campo, ma gli uomini della sicurezza costringono li a desistere dalla clamorosa protesta. Dopo un paio di settimane il Bengasi va giocare contro la squadra della madre di Saadi, Al Bayada. Stesso copione di Bengasi. Proteste e polizia che spara. Il giorno dopo, come gesto di disprezzo, vaga per Bengasi un somarello con la scritta sulla groppa: «Saadi». La povera squadra del Bengasi viene cancellata dal campionato, la sede distrutta da bulldozer, diversi tifosi arrestati e condannati a morte. La Cirenaica viene penalizzata dal regime: nessuna risorsa pubblica viene stanziata. Per quella regione vige un rigido embargo. Torniamo all'oggi. Scoppia la rivolta per l'arresto dell'avvocato e Tripoli chi manda a Bengasi a trattare? Saadi, il calciatore della partita truccata. Il figlio del leader viene circondato in albergo ed è costretto a scappare in caserma. Arriva una brigata di 1500 fedelissimi per salvarlo. È una strage, quel giorno si contano 232 morti. Saadi salta su un elicottero e vola a Tripoli, mettendosi in salvo. Il popolo saccheggia le caserme, fa scorta di armi e munizioni. La Cirenaica si incendia. Anche a Tripoli si spara. Ma i rivoltosi non riescono a prendere armi e munizioni, a conquistare carri armati o tank. E la repressione dei miliziani, dei lealisti, è spietata: centinaia di arresti e decine di vittime. Passano con i ribelli Zawiah, roccaforte storica religiosa, e Misurata, che è rimasta una città beduina. Da quel 16 febbraio ad oggi, i morti della guerra di liberazione sono tra 1000 e 1100. Fonte: Guido Ruotolo per La Stampa, l'articolo completo è pubblicato su www.lastampa.it

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