L’Italia in vendita

Pubblicato il 25 settembre 2012, 17:17

Perché la qualità media di Inter e Milan è calata in maniera così drastica in pochi mesi? Non ci riferiamo ai risultati o al gioco, quelli si possono sempre raddrizzare anche con Stramaccioni e Allegri, ma al livello tecnico medio dei singoli calciatori. La risposta banalmente finanziaria, che va dall'inapplicabile fair play Uefa (vogliamo vederlo, il Real Madrid escluso dalla Champions League) alla realtà che Moratti e Berlusconi non abbiano più i soldi che gli crescono come era fino a due o tre stagioni fa, è una mezza risposta. Gestire Inter e Milan come se fossero provinciali significa deprezzarle e nel medio periodo rendere più costosa una loro eventuale ricostruzione visto che i grandi giocatori non li ingaggi solo con i soldi ma anche con le prospettive di vittoria. Veniamo al dunque, qual è quindi la risposta che in tanti sussurrano e in pochi scrivono? Le milanesi, ma anche tante altre (pensiamo alla Fiorentina) si stanno dando una struttura di costi che sembra fatta apposta per preludere a una cessione. Non sappiamo se i cinesi del'Inter si accontenteranno di qualche affare edilizio e neppure se Ferrero o più verosimilmente Squinzi siano più motivati di uno sceicco a investire centinaia di milioni in un Milan dove il ricordo della grandeur è ancora troppo fresco, ma è certo che mai come in questo momento negli ultimi vent'anni queste società sono state comprabili. Guardando ai bilanci, è un discorso che in prospettiva può valere anche per la Juventus: se gli Agnelli sposperanno tutti i loro interessi fuori dall'Italia, perdere 50 milioni l'anno nel calcio non sarà più forse una prospettiva tanto interessante. Il sacco dell'Italia, che partirà inevitabilmente dalle sue aziende migliori, prima o poi andrà a toccare quelle con il più alto valore simbolico come quelle calcistiche. Il risultato della commercializzazione di tutto, a partire dalla sacralità delle maglie trent'anni fa, è che tutto è in vendita al migliore offerente.

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