Controllo sociale a Lecce

Controllo sociale a Lecce

Pubblicato il 18 giugno 2013, 11:25

Marco Marchello è lo steward-eroe che domenica ha impedito a qualche centinaio di ultras (anche se nel Sud è più usato 'ultrà') del Lecce di entrare negli spogliatoi e prendere a botte, o peggio, i giocatori per cui avevano tifato fino a pochi minuti prima. Giocatori rei di non avere superato il Carpi nella finale per la promozione in serie B. In un paese di cialtroni, di cui il calcio è solo la caricatura oltre che la valvola di sfogo delle sue frangie dementi, qualcuno che fa il suo dovere merita di essere citato con nome e cognome. Raramente, anche in rapporto ai nostri standard, si era vista un'invasione di campo non pacifica con un numero di persone così alto. Con vari 'dettagli' tipo le panchine sfasciate, i fotografi aggrediti e una camionetta della Polizia bruciata al di fuori dello stadio. Per questo le quattro giornate di squalifica del Via del Mare comminate dal giudice sportivo appaiono poco più che un buffetto. Un bel messaggio al resto della Lega Pro, piena di campi ad alto rischio (e Lecce non era nemmeno considerato fra i peggiori, prima di questo episodio) e di debiti che rendono il il professionismo di molti calciatori un qualcosa di teorico. Diventa più chiaro il quadro psicologico e ambientale in cui un giocatore di Lega Pro può decidere di 'vendere' una partita a qualche sindacato di scommettitori: meglio diecimila euro a botta subito o tremila euro al mese quando capita? Per questo non capiamo come bookmaker onesti si ostinino a quotare le partite di questi campionati... Ma tornando ai fatti di Lecce e alla penalizzazione light, bisogna anche ricordare che allo stadio, ad assistere alla partita fra le squadre di Gustinetti e Brini, c'erano circa 12mila persone. Tolti i pochi sostenitori del Carpi, significa che a combattere quella assurda battaglia (molti a volto coperto, cosa che in Italia si consente solo a ultras e donne musulmane) è stato un leccese su quaranta. Una percentuale ancora accettabile, nella prospettiva di quel controllo sociale che è una delle ragioni d'essere del calcio e di sicuro l'unica della Lega Pro. Rimarrà però sempre senza risposta le vera domanda: cosa pensavano di ottenere, quei trecento, picchiando Benassi, Giacomazzi o Chevanton?

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