Lo stile di Alberto Bucci

Il ricordo di un grande allenatore e dirigente della pallacanestro italiana, capace di adattarsi alle situazioni più diverse e vincere ovunque...

Lo stile di Alberto Bucci
© LAPRESSE

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 10 marzo 2019, 15:28 (Aggiornato il 10 marzo 2019, 16:30)

Con Alberto Bucci se ne va un grande della pallacanestro italiana, capace di viverla ai massimi livelli sia nell’età dell’oro sia in questi anni senza molto senso, con squadre di sconosciuti che giocano da campetto non perché gli allenatori siano diventati scarsi ma perché tutti sono e si sentono di passaggio. Bucci lascia questa terra a 71 anni, da presidente della Virtus Bologna: sua quarta incarnazione nel club dopo quelle da allenatore con Porelli e Cazzola (entrambe con scudetti) e quella della ricostruzione con Sabatini. Ma tutti gli appassionati di basket italiano sanno cosa abbia fatto a Rimini, Fabriano (promozione in A1), Livorno (promozione in A1 e quasi scudetto), Verona (promozione in a1 e Coppa Italia) e Pesaro (finale scudetto), inutile ricordarne i successi e le sue tante disavventure di salute iniziate con la poliomielite da ragazzo. 

La grandezza di Bucci risiedeva soprattutto nel fatto di sapersi adattare a contesti molto diversi: squadre di campioni obbligati a vincere e squadre di giovani da lanciare (una volta ce n’erano), squadre di potere e squadre politicamente poco protette, squadre che avevano bisogno del motivatore e squadre che avevano bisogno del tattico. Ha sempre rifiutato i dogmi e proprio per questo molto di rado ha avuto problemi con i giocatori, con i più grandi (Danilovic il suo preferito) e i più piccoli. Non è un caso che conoscenza profonda della pallacanestro e qualità umane gli abbiano consentito di primeggiare sia in panchina sia dietro la scrivania, impresa riuscita a pochi.

L’unica domanda che rimane è perché uno come lui, rispettato in tutta Italia, non abbia mai allenato la Nazionale e nemmeno la cosa gli sia mai stata proposta nella maniera giusta. Dopo la mancata qualificazione alle Olimpiadi di Barcellona e l’addio a Gamba, nel 1992 era uno dei candidati ma tutti sapevano che il presidente federale Petrucci aveva un debole per Ettore Messina, fra l’altro ex assistente di Bucci (gli fu consigliato da Massimo Mangano) in quella storica stagione 1983-84, quella dello scudetto di Brunamonti, Villalta, Bonamico, Rolle, Van Breda Kolff…. Poi ad ogni cambio di epoca non è mai stato il suo momento giusto, ma lo spirito e l’autoironia per guidare a tante vittorie la nazionale Master non gli sono mancate. Se ne va un grande. 

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