Gara 7 con Willis Reed

La morte del grande centro dei Knicks anni Sessanta e Settanta è anche quella di un'icona, non tanto della pallacanestro quanto del sacrificio...

Gara 7 con Willis Reed

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 22 marzo 2023, 16:23

Sembra che la vita di Willis Reed, da poco finita all’età di 80 anni, si sia ridotta a quei pochi minuti eroici di quella gara 7 delle NBA Finals del 1970, quando entrando in campo da infortunato segnò due canestri che galvanizzarono la squadra e il pubblico dei New York Knicks. Un po’ è davvero così, perché la carriera di Reed non è paragonabile a quella dei coevi Russell e Chamberlain: un buon centro, un uomo squadra, non il leader né tecnico ma di sicuro quello emotivo, con quel magico 8 maggio a segnare un prima e un dopo.

Nella serie finale contro i Lakers di Chamberlain si era infortunato gravente alla coscia destra in gara 5, durante il primo quarto di una partita che avrebbe dato il 3-2 ai Knicks. Non in grado di giocare né di allenarsi, Reed saltò Gara 6 che i Lakers vinsero con 45 punti di Chamberlain. E per la squadra di Red Holzman non avrebbe potuto giocare nemmeno in gara 7, al punto che i compagni fecero il riscaldamento senza di lui. Che però senza ascoltare medici e massaggiatori entrò in campo zoppicando poco prima dell’inizio della partita, con il Madison Square Garden impazzito ed un ambiente che nella NBA era ed è ancora oggi rarissimo. Reed segnò i primi due canestri della squadra, portano il delirio a livelli massimi, prima di uscire sofferente: a completare il lavoro ci avrebbe pensato uno scatenato Walt Frazier con 36 punti e 19 assist per il 113-99 che diede ai Knicks il primo titolo della loro storia. A cui tre anni dopo, più o meno con lo stesso gruppo (di cui faceva parte, come mazzolatore, anche Phil Jackson che però nel 1970 era infortunato), sarebbe seguito il secondo e finora ultimo.

Reed si sarebbe ritirato ancora giovane, a 31 anni, e si può dire che nell’ultimo mezzo secolo abbia vissuto rievocando quei momenti in interviste e conferenze aziendali. Nel corso degli anni è diventato l’archetipo del giocatore capace di giocare infortunato, con una soglia del dolore altissima anche tenendo conto delle iniezioni (quella sera di un derivato della novocaina). Il suo compagno Bill Bradley, proprio l’ex giocatore del Simmenthal Milano di Rubini ed il futuro senatore degli Stati Uniti, disse che niente nella vita era stato capace di motivarlo come quella camminata zoppicante di Reed. Che nella pallacanestro ha fatto altro, anche se in tutti rimane il sospetto che la sua inclusione nei migliori 50 di sempre da parte della NBA sia dipesa dal mito, più che dalla realtà.

Comunque la sua maglia numero 19 è stata la prima ad essere ritirata dai Knicks, il 21 ottobre 1976, e lui dal 1982 è stato inserito nella Hall of Fame. Discreta la carriera da allenatore e dirigente, fra l’altro anche degli stessi Knicks, oltre che dei Nets, degli Hornets (versione New Orleans) e dell’università di Creighton. Giocatore molto duro, ma non più sporco della media NBA dell’epoca, Reed era un lungo che avrebbe potuto emergere anche nella pallacanestro di oggi, perché era un buon attaccante ma anche un gregario delle stelle con il pallone sempre in mano. Certo non è stato nemmeno alla lontana Russell e Chamberlain, ma come icona rimarrà.  

stefano@indiscreto.net

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