La Serie A di Oscar

Il senso di un fuoriclasse, Ellis nella NCAA, il futuro di Fontecchio e Trieste contro Petrucci
La Serie A di Oscar
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Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 20 aprile 2026, 10:27 (Aggiornato il 20 aprile 2026, 12:02)

La Serie A che nello scorso fine settimana ha tributato il giusto omaggio a Oscar c’entra pochissimo con la Serie A in cui il fuoriclasse brasiliano giocò 11 anni (di cui 2 in A2) con una media di quasi 35 punti a partita, ma certo non per una questione di statistiche e nemmeno di stile di gioco. Anzi, nella pallacanestro di oggi Oscar, che poté sfruttare il tiro da tre punti soltanto a 26 anni, dal 1984, sarebbe probabilmente ancora più forte. Impossibile che tornino quel mondo e quella Italia, la cui forza si basava anche sulla modestia di paesi europei oggi all’avanguardia, si pensi solo a Francia e Germania, ma la riconoscibilità dei giocatori è un tema fondamentale per far uscire la pallacanestro dall’orticello, molto più dei tristissimi spettacolini nell’intervallo o delle fughe in avanti stile NBA Europe. Per la riconoscibilità e l’identificazione non occorrono nemmeno leggende come Oscar, ma misure (anche autolesionistiche, nel breve periodo) contro la precarietà. Il mitologico merchandising e gli ancora più fantacestistici ‘spettatori premium’ devono fare riferimento a qualcuno che esiste e che la gente conosce.

Ben lontana dai tempi di Oscar è la vicenda di Quinn Ellis, che dopo tanti anni da professionista diventerà un giocatore di college, con Rick Pitino a St. John. Certo non diventerà un dilettante, visto che per la prossima stagione l’inglese di formazione italianissima verrà pagato più di 4 milioni di dollari, il decuplo (sono calcoli a spanne, nessuna cifra è ufficiale) di quanto percepisce all’Olimpia Milano e una cifra con cui in Serie A si può allestire una squadra da playoff. Insomma, l’era NIL produce queste situazioni curiose e la più curiosa di tutte, con buona pace dei passastisti, è che i college americani di prima e seconda fascia potrebbero fare molto comodo a quei paesi, come l’Italia, in cui dopo il periodo da juniores quasi nessuno trova spazio. Paradossalmente sarà più conveniente avere un buon settore giovanile, a patto di scrivere bene i contratti con buyout (che per i college non sono tecnicamente tali visto che è il giocatore che si libera da solo) e tutto il resto.

In attesa che la NCAA faccia maturare gli italiani per una grande Nazionale e aspettando la ‘decision’ di Dame Sarr sul suo eventuale secondo anno a Duke, il miglior giocatore italiano rimane, per distacco, Simone Fontecchio. La cui postseason con gli Heat si è interrotta già ai play-in, nella partita con gli Hornets di cui tanto si è discusso anche per il fallo di Ball su Adebayo. Situazione del trentunenne Fontecchio al termine della sua quarta stagione NBA: è free agent, disponibile a fare il role player in un contesto vincente o essere più protagonista, come era il primo anno a Detroit, in uno perdente. Ritorno in Europa, per non dire in Italia? Nell’ultima stagione il contratto di Fontecchio diceva 8,3 milioni di dollari lordi: ragionando sul netto significa che nell’Eurolega attuale soltanto Micic all’Hapoel Tel Aviv e Nunn al Pana guadagnano più di lui. Nessun giocatore dell’Olimpia, per venire al punto, si avvicina alla metà di quanto guadagna Fontecchio. Traduzione: tornerà da noi soltanto in assenza di offerte di un certo tipo e non gli diamo torto. Certo questa estate la Nazionale un Fontecchio senza contratto, ma crediamo anche uno con il contratto, lo vedrà in videomessaggio alla DiVincenzo.

Clamorosa la contestazione contro Petrucci che si è vista a Trieste in occasione della partita persa contro Brescia. Il presidente della FIP viene visto come il regista dell'operazione Roma-NBA Europe, a spese di club che la Serie A l'ha conquistata sul campo, la Vanoli Cremona o appunto Trieste. Di più: tanti addetti ai lavori sostengono che dopo 6 stagioni di nulla le squadre di A a Roma nel 2026-27 potrebbero essere addirittura due, ma qui si entra nel fantabasket. Di concreto c'è che insieme a chi compra ci deve essere qualcuno disposto a vendere (Vanoli) o a trasferirsi (Matiasic). La colpa di Petrucci è secondo noi quella di avere sdoganato l'inutilità, o addirittura la fine, del diritto sportivo. Che lo dica un imprenditore dello spettacolo o addirittura dello sport ci può stare, che lo dica un presidente federale no. 

stefano@indiscreto.net

 

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