Effetto Bargnani: l’Italia alla conquista del draft Nba

Il ‘Mago’, draftato dai Toronto Raptors nel 2006, diventa l’apripista del binomio Lega statunitense-basket italiano: Andrea e gli azzurri protagonisti nel torneo cestistico per antonomasia

Effetto Bargnani: l’Italia alla conquista del draft Nba

Alessandro Fracassi/EdipressAlessandro Fracassi/Edipress

Pubblicato il 29 giugno 2026, 14:02

Dubbi in merito ce ne sono pochi. Anzi, non esistono: la National Basketball Association è il punto di arrivo per ogni giocatore professionista. L’eldorado a spicchi, il traguardo epocale, il sogno che prende forma da un primo, essenziale, passo: il Draft. Con l’avvento di David Stern (1984) e Adam Silver (2014) nel ruolo di Commissioner, il celebre “pescaggio” diventa non solo il trait d’union tra la vecchia e la nuova stagione ma si impone come vetrina di prestigio per i giovani americani ai quali, con la crescente globalizzazione della Lega, sono stati affiancati i migliori prospetti del panorama mondiale ed europeo, Italia compresa. Ma non è sempre stato così: per decenni il binomio basket italiano-Nba appariva ai più come un ossimoro, un’antitesi. Con gli anni però la Lega a stelle e strisce ha iniziato a guardare con interesse alla pallacanestro nostrana, mettendo nel mirino i migliori talenti per incrementare il suo prestigio a livello mondiale. Un processo lento e constante, iniziato agli albori degli anni ‘70, passando per gli ‘80 e i ‘90 fino al 28 giugno 2006. Una data spartiacque per i giocatori italiani che, da allora, non recitano più il ruolo di comparse in Nba: incidono, determinano, da protagonisti. No alle parentesi isolate e sporadiche, sì alle tracce tangibili. Quelle che lasciano il segno.

 

Gli anni ‘70 e ‘80: gli Usa guardano con interesse al basket italiano. I primi movimenti

 

Il movimento cestistico azzurro, tra gli anni ‘70 e ‘80, vive la sua epoca d’oro. Nazionale e club dominano in lungo e in largo attirando, per la prima volta, le attenzioni dell’Nba che osserva il basket tricolore, fino a quel momento ignorato dal Draft e dallo scouting made in Usa, con occhi diversi. Tra il 1970 e il 1987 i primi contatti tra pallacanestro statunitense e Italia coinvolgono leggende e giovani in rampa di lancio della palla a spicchi nostrana come Dino Meneghin, Augusto Binelli e Riccardo Morandotti. Un trio di livello eccelso, finito nel mirino dagli Atlanta Hawks che, contrariamente alle attese, non affonderanno mai il colpo.

 

L’Italia sbarca in Nba: Stefano Rusconi e Vincenzino Esposito

 

Lo scenario muta nel 1995 quando Stefano Rusconi (Benetton Treviso) e Vincenzo Esposito (Fortitudo Bologna) tentano l’avventura oltreoceano. Vincenzo sposa il progetto dei neonati Toronto Raptors, diventando il primo giocatore italiano in assoluto a segnare un punto nella Lega – il 15 novembre contro gli Houston Rockets – ma la sua avventura americana dura appena 30 presenze e 116 punti complessivi. Non va meglio a ‘Rusca’, passato tuttavia alla storia come il primo cestista italiano a disputare un incontro ufficiale in Nba con la canotta dei Phoenix Suns (il 12 novembre contro i Vancouver Grizzlies). L’esperienza del centro italiano in Arizona non va oltre le 7 partite, i 30 minuti di impiego e gli 8 punti totali prima del ritorno, senza rimpianti, in Italia.

 

 

 

 

I Toronto Raptors scelgono Andrea Bargnani: l’Italia conquista finalmente l’America

 

Le distanze tra l’Nba e il movimento italiano si riducono drasticamente con il nuovo millennio. Il nome nuovo è quello di Andrea Bargnani, classe 1985 che, da mesi, è entrato nelle grazie degli osservatori americani. Il ‘Mago’, così soprannominato per l’abilità di nascondere la palla e di coniugare l’imponente stazza di un centro al tiro da fuori e alla rapidità di un'ala, è il profilo ideale per i Toronto Raptors che lo scelgono al Draft del 2006: Andrea diventa così il primo giocatore italiano a essere chiamato al primo giro dalla franchigia canadese, nonché primo cestista europeo nella storia selezionato come numero uno assoluto, il secondo (dopo Yao Ming) non formatosi cestisticamente negli Stati Uniti e il sesto non americano. Il percorso decennale del nazionale azzurro negli Usa, che ha indossato le maglie dei Raptors, New York Knicks e Brooklyn Nets, è di tutto rispetto: 550 partite disputate con una media di 14,3 punti. Da quel momento nulla sarà più come prima.

 

Belinelli e il trionfo con i San Antonio Spurs nel 2014

 

Chi segue le orme del ‘Mago’ è Marco Belinelli, 18esima scelta assoluta dei Golden State Warriors al Draft 2007. Nonostante un inizio complicato, il ‘Beli’ girerà in lungo e in largo gli States accasandosi prima a Toronto (dove condivide spogliatoio e parquet con Bargnani) e poi a New Orleans e Chicago. Ma è a San Antonio, con gli Spurs, che l’azzurro trova la sua dimensione ideale: dopo aver centrato il record assoluto di punti in Nba (32, contro i Knicks) Belinelli si toglie perfino lo sfizio di vincere la gara dei tre punti durante il prestigioso weekend dell’All-Star Game davanti a mostri sacri quali Steph Curry e Damian Lillard. È solo l’antipasto di una stagione da happy ending: dopo aver messo le mani sulla Western Conference, Marco corona il sogno dei sogni vincendo le Finals (Spurs in five con Miami) e diventando il primo e finora unico cestista nato in Italia a conquistare l’anello. Il momento più alto della carriera americana dell’azzurro che proseguirà a Sacramento, Charlotte, Atlanta e Philadelphia fino al ritorno in Italia nel 2020 a Bologna, sponda Virtus dove vivrà una seconda giovinezza.

 

Da Gallinari a Fontecchio: il basket italiano in Nba nel segno della continuità

 

Nel 2008 è il turno di Danilo Gallinari, il giocatore italiano più continuo e di impatto nella sua esperienza oltreoceano. Scelto dai New York Knicks come sesto assoluto in un Draft in cui è preceduto da fuoriclasse come Derrick Rose, Russell Westbrook e Kevin Love, l’eclettismo del ‘Gallo’ – fatto di tagli, letture offensive di livello e punti nelle mani – si adatta al meglio in una lega multiforme che, negli anni successivi, accoglie il trio Gigi Datome (Pistons e Celtics), Nicolò Melli (Pelicans e Mavericks) e Nico Mannion (Golden State) capaci di alimentare e rafforzare, pur con fugaci avventure, il concetto di italianità. Infine Simone Fontecchio, il prototipo del giocatore azzurro con un ruolo di primo piano: pronto fisicamente, tatticamente e inserito nelle chirurgiche rotazioni del coach – nella stagione appena conclusa, con gli Heat di coach Spoelstra, ha collezionato 70 presenze con 8,5 punti, 3 rimbalzi e 1,4 assist di media a partita  – frutto anche di una consolidata esperienza triennale tra Salt Lake City, Detroit e Miami. Il percorso del pescarese assume un valore ancora maggiore se si considera un aspetto tutt’altro che casuale: Simone fa il grande salto oltreoceano dopo aver completato un processo di costante crescita tra Nazionale e club, tra Serie A, Bundesliga, Liga ACB ed Eurolega, modellando la maturità cestistica acquisita ai dettami tattici del basket americano. Proprio ciò che occorre per imporsi, da potenziale star, nella Lega dei sogni.

 

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