Il calciomercato più triste di sempre

Il calciomercato più triste di sempre

Pubblicato il 1 febbraio 2017, 08:36

La scontatezza della serie A, con la Juventus lanciatissima verso il sesto scudetto consecutivo, tre squadre già retrocesse e soltanto tre (Roma, Napoli e Inter) realmente in corsa per due posti da Champions, con l'Europa League che non emoziona nessuno, ha prodotto il più modesto calciomercato di riparazione che la storia ricordi. Giusto così, comunque, nell'assetto politico-sportivo attuale: perché buttare via soldi per anziani mezzi giocatori o giovani dall'avvenire incerto quando comunque la permanenza nella massima serie e i diritti televisivi sono assicurati? Tutto giustamente rimandato all'estate, con il presente quasi tutto monopolizzato da svincolati e prestiti. Per questo la Juventus ha preso per l'immediato soltanto una riserva come Rincon investendo sul futuro con Caldara e Orsolini, la Roma non ha fatto sostanzialmente niente, il Napoli ha preso Pavoletti, l'Inter Gagliardini, volendo parlare soltanto di giocatori con un certo futuro. Il Milan è rimasto bloccato dalla sua incredibile vicenda societaria e naviga a vista, mentre l'Atalanta e il Genoa hanno incassato soldi veri, anzi verissimi, pensando già a programmare il futuro. Onore soltanto al Pescara, con pochissime speranze di salvezza ma che ha ribaltato sostanzialmente tutto per fare un ultimo tentativo di rimonta. I botti saranno tutti per l'estate, da Verratti a Berardi passando per Kessie, per non parlare del tormentone 'Ibra vuole tornare in Italia' che dovrebbe iniziare fra circa un mese. In definitiva i club forse hanno deluso i propri tifosi, ma hanno usato l'intelligenza: i giocatori di dimensione mondiale sono in questo momento imprendibili e in ogni caso non vengono più in Italia, i giochi per il campionato sono quasi fatti e le emozioni per la lotta-salvezza sono un ricordo del passato. Siamo oltre il luogo comune 'Non ci sono più soldi', che peraltro sentiamo da quando i soldi c'erano. Semplicemente i soldi non occorre più spenderli, per almeno tre quarti delle partecipanti alla cosiddetta competizione.

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