Lampard e l'ultima grande generazione di inglesi

Lampard e l'ultima grande generazione di inglesi

Pubblicato il 3 febbraio 2017, 09:12

Con il ritiro di Frank Lampard bisogna salutare, con la solita malinconia per il tempo che passa, una delle più grandi generazioni del calcio inglese, che fin dalla sua comparsa sulla scena è stata definita 'Generazione d'oro'. Definizione che fa sempre un po' Holly e Benji ma che in questo caso ci sta tutta. Una generazione che a livello internazionale ha vinto tantissimo con i club e molto meno (niente, in termini di trofei alzati) con la nazionale, nonostante i Leoni siano passati per le mani di allenatori del calibro di Eriksson e Capello, senza dimenticare Hoddle e Keegan. Da Paul Scholes e Sol Campbell (classe 1974), passando per David Beckham e Gary Neville (1975), Jamie CarragherRio Ferdinand e appunto Lampard (1978), Michael Owen (1979), fino a John Terry, Steven Gerrard e Ashley Cole (1980), stiamo parlando di un gruppo che avrebbe potuto dominare nelle grandi competizioni per una decina di anni, ma che nella realtà non è mai andato oltre i quarti di finale sia ai Mondiali sia agli Europei. In pista, ancora per poco, ci sono Terry e Cole, ma il tempo dei bilanci è comunque arrivato. Forse la visibilità mediatica del calcio inglese ha portato un po' tutti, in patria e all'estero, a sopravvalutarli, e il discorso vale anche per la ex stella del Chelsea, fatta acquistare da Ranieri: centrocampista molto particolare, Lampard, fenomenale negli inserimenti e come realizzatore, molto meno nella costruzione del gioco. Di certo sono stati la prima grande generazione inglese ad essere emersa in un campionato globalizzato e ricchissimo dopo la nascita della Premier League (1992) e la sentenza Bosman (1995, con effetti dal 1996). La prima e molti pensano anche l'ultima, guardando le rose dei vari Chelsea, Manchester City, eccetera. Lampard e i suoi quasi coetanei sono emersi in un calcio commercialmente simile a quello di oggi, ma erano cresciuti nel 'vecchio' calcio inglese ed è per questo che questi saluti sono più tristi di altri.

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