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Venezia, Frosinone e Monza: in A per restarci

Tullio Calzone
Pubblicato il 4 luglio 2026, 12:00
Un denominatore comune per vincere insieme. Anzi, due. Archiviato il campionato più bello di sempre, con quattro contendenti capaci di animare la scena sino all’ultima giornata, quando, ad esempio, si è deciso chi dovesse salire sul gradino più alto del podio tra Venezia e Frosinone, emergono due caratteristiche evidenti di questa stagione. Alla fine hanno avuto la meglio sulla nutrita concorrenza soprattutto le squadre con l’età media più bassa della categoria (Frosinone 23,30 anni e Venezia 24,74, appena davanti alla Juve Stabia con 23,74) e quelle che hanno espresso il calcio più costruttivo e avvincente, sia pure attraverso sistemi tattici e interpretazioni differenti. Ma anche l’esperienza è servita a centrare un obiettivo mai davvero scontato per nessuno. È costata cara al Palermo, per esempio, l’idea recondita di poter arrivare in Serie A se non dalla strada principale, almeno attraverso i playoff. Rivelatisi, invece, una trappola letale, probabilmente proprio per quella convinzione intima alimentata dall’energia di Inzaghi in una squadra dal potenziale enorme, che ha avuto in Joel Pohjanpalo un finalizzatore micidiale, eppure non sufficiente per conquistare la promozione da nessuna delle due strade possibili, inciampando nella beata gioventù del Catanzaro di Aquilani, una delle squadre più belle e organizzate di una stagione intensa e combattuta.
Venezia e Frosinone
Non è andata allo stesso modo a due tecnici che hanno costruito i loro successi attraverso il gioco e le qualità di giovani di cui sentiremo parlare a lungo. Nella squadra ideale dell’ultimo torneo cadetto spiccano i nomi di Matteo Dagasso, ex Pescara valorizzato dall’attuale ct azzurro Silvio Baldini nella passata stagione, e di Issa Doumbia, centrocampista italiano di origini ivoriane e punto di forza dei lagunari. Sono addirittura tre i talenti del Frosinone eletti protagonisti nella Top 11 della Lega B: il portiere azzurro Lorenzo Palmisani, il difensore Gabriele Bracaglia e l’attaccante Antonio Raimondo, cresciuto nel settore giovanile del Bologna. Esaltati dal gioco offensivo di Massimiliano Alvini, hanno lasciato il segno sul torneo insieme alle incursioni inarrestabili di Farès Ghedjemis, il franco-algerino volante che, con 15 gol in 37 presenze, è stato il calciatore più devastante e decisivo tra i ciociari. Merito anche delle costruzioni dal basso di Giacomo Calò, il centrocampista arrivato dal Cesena, perfetto in un sistema tattico che ha fatto del possesso palla e dell’immediata ricerca della profondità due principi di gioco irrinunciabili e micidiali. Alvini ha saputo raccogliere i frutti del proprio lavoro con numeri impressionanti che, in alcuni casi, hanno persino superato i record fissati da Fabio Grosso, l’artefice della precedente promozione in Serie A dei ciociari, giunti quest’anno alla loro quarta ascesa in massima serie. Un evento incredibile se si pensa che, nella stagione precedente, il club di Maurizio Stirpe aveva scongiurato i playout soltanto grazie alla retrocessione del Brescia di Massimo Cellino per la nota vicenda dei crediti fittizi.
100 milioni in Laguna
Erano evidentemente diverse le condizioni di partenza del Venezia, una delle società a trazione straniera che, proprio in concomitanza con l’immediato ritorno in Serie A, ha vissuto un importante riassetto societario. Il club è passato sotto il controllo del fondo d’investimento VFC NE 2020 LLC, sostenuto da un maxi investimento da 100 milioni di euro e dall’ingresso di nuovi soci, tra cui il rapper e imprenditore Drake. Alla presidenza è arrivata l’italo-americana Francesca Bodie, subentrata a Duncan Niederauer. Ed è stata subito festa grande in Laguna. Merito dello specialista della categoria, Giovanni Stroppa, che ha consolidato e sviluppato il suo 3-5-2, il sistema con cui ha costruito le sue fortune in panchina e vinto i campionati con Crotone (2020), Monza (2022) e Cremonese (2025). Il Venezia è stato squadra quasi ingiocabile, capace di imporsi nella maggior parte degli scontri diretti (eccezion fatta per il ko di Catanzaro) e di chiudere al primo posto, messo realmente in discussione soltanto dal blitz del Modena al “Penzo”. Solo in avvio Stroppa ha stentato un po’, dovendo evidentemente metabolizzare la retrocessione della stagione precedente. Poi è stata una cavalcata avvincente fino al ritorno nella massima serie.
Il Monza alla fine
Dove è approdata, alla fine, anche un’altra corazzata di questa stagione, conclusasi con l’ennesima battaglia al “Brianteo”. L’ha spuntata il Monza di Paolo Bianco (ora è passato al Pisa, mentre Ivan Juric ha preso il suo posto sulla panchina biancorossa ndr), non senza soffrire contro l’orgoglioso Catanzaro di Alberto Aquilani (ora al Sassuolo ndr), dopo aver superato l’incrocio con la Juve Stabia di Ignazio Abate (passato al Torino ndr). Due allenatori emergenti che hanno proposto un calcio organizzato ed efficace, valorizzando alcuni dei giovani più promettenti del campionato. Indicata fin dall’inizio come la squadra destinata ad arrivare senza problemi al traguardo della Serie A, non soltanto per i 32 milioni di euro investiti negli stipendi, la formazione brianzola ha dato vita a una stagione spettacolare, tenendo testa a quasi tutte le antagoniste di vertice. Eppure, proprio come il Palermo di Inzaghi, ha accusato improvvisi vuoti di memoria, incappando in pericolosi blackout, prima in campionato e poi nei playoff. La doppia finale contro il Catanzaro rappresenta la dimostrazione più eloquente di una potenza che non sempre è riuscita a reggere il peso delle responsabilità. Dominante all’andata al “Ceravolo”, con l’equilibrio spezzato dallo splendido gol di Hernani prima del sigillo di Caso, la compagine lombarda ha dovuto soffrire fino a oltre il 96’ del ritorno per tagliare l’ambito traguardo, complice la reazione dei calabresi con le reti di Jack e Frosinini. La gioia per l’immediato ritorno in massima serie è infine esplosa, ma quanta paura nel raggiungere un obiettivo annunciato forse troppo presto. L’abbraccio consolatorio tra Bianco e Aquilani, in lacrime, ha rappresentato il finale migliore per un campionato irripetibile e bellissimo. Sigillato da una straordinaria lezione di umanità.
* Pubblichiamo l'articolo uscito nell'ultimo numero cartaceo del Guerin Sportivo
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