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Il calcio relazionale di Aquilani dal campo alla panchina
Già quando era calciatore, il nuovo tecnico del Sassuolo si esprimeva secondo i principi di gioco che propone oggi come allenatore

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 14 luglio 2026, 12:00
Dopo il raduno dell’11 luglio (data che, in tempo di Mondiali, non può non far sospirare profondamente gli appassionati italiani che portano nella mente e nel cuore le emozioni del 1982), il Sassuolo inizierà il 13 il ritiro estivo in preparazione della stagione 2026-27 con due grosse novità. Dopo dodici anni, a guidare il club non ci sarà più la figura di Giovanni Carnevali, trasferitosi a Torino con il compito di risollevare le sorti della Juventus, mentre in panchina, al posto del campione del mondo Fabio Grosso, ci sarà Alberto Aquilani, allenatore della nouvelle vague di tecnici dai quali ci si aspetta un ricambio generazionale che possa rappresentare, oltre che il futuro, una valida alternativa nel presente ai profili più collaudati che da tempo gestiscono i team di Serie A. Per Aquilani, reduce da un’ottima stagione disputata con il Catanzaro, che ha portato fino ai playoff della Serie B, il Sassuolo rappresenta un’opportunità importante. I neroverdi, infatti, privilegiano da sempre la scelta di tecnici giovani e di prospettiva. Basti pensare che, negli ultimi dieci anni, hanno diretto la squadra figure come Di Francesco, De Zerbi e Fabio Grosso. Arrivare in Emilia, per il quarantaduenne romano, è già da considerarsi un’investitura, vista la politica di investimento sui giovani di talento che il club sostiene da sempre. Per l’ex centrocampista, tra le altre, di Roma, Liverpool e Juventus, è un’ottima occasione per misurarsi con il calcio d’élite nazionale e, eventualmente, spiccare il volo verso lidi ancor più assolati.
Centrocampista completo
Del resto, considerando il cammino fin qui percorso, le premesse per imporsi ci sono tutte. Aquilani aveva cominciato a far parlare bene di sé già quando allenava le giovanili della Fiorentina. Nel triennio con la squadra Primavera (2020-2023) ha vinto tre Coppe Italia e due Supercoppe, mettendo in pratica un gioco la cui estetica non era fine a se stessa ma sempre indirizzata all’ottenimento del risultato. L’efficacia attraverso il bello, del resto, era il tratto distintivo anche dell’Aquilani calciatore, un giocatore moderno che, nato come “numero dieci” per via delle sue doti tecniche, con l’evoluzione delle dinamiche del gioco, le esigenze di squadra e gli insegnamenti di Luciano Spalletti si trasformò velocemente in un centrocampista centrale poliedrico e multifunzionale. Affiancato a compagni con specifiche differenti, il suo gioco non ne risentiva per via delle caratteristiche di universalità che lo qualificavano: senso della posizione, ottimi fondamentali, verticalizzazione, visione di gioco e capacità di inserimento si accompagnavano a un dinamismo che lo portava nella porzione di campo dove le esigenze tattiche lo richiedevano. Un centrocampista completo, di quelli che sarebbero piaciuti anche a Nils Liedholm per quella caratteristica innata di saper giocare a testa alta, senza la necessità di guardare il pallone per poterlo calciare. Dopo aver lanciato Antognoni, imposto Falcão e plasmato Giannini, il Barone avrebbe sicuramente scelto quel talentuoso ragazzo di Montesacro per rifinirne le doti e dargli le chiavi del centrocampo di una delle sue squadre. In un calcio meno fisico, Aquilani avrebbe giocato più partite e avrebbe inciso maggiormente: il suo limite, purtroppo, furono i tanti infortuni che ne fermarono l’ascesa verso l’eccellenza. Comunque, nel suo modo di prendere il campo, si intravedevano gli stilemi che oggi, come tecnico, gli sono propri. Ogni metro quadrato veniva occupato per coprire una linea di passaggio o offrire al compagno uno scarico; le giocate, che fossero dribbling, passaggi o tiri in porta, rispecchiavano la scelta più oculata che il momento esigeva. Si pensi alla rabona con cui, nel Milan-Roma giocato l’11 novembre 2006, fornì a Mancini la palla che portò al gol vincente di Totti. Una sintesi del suo modo di interpretare il calcio: occupazione dello spazio necessaria per recuperare il pallone e tocco da sudamericano che non è orpello estetico ma necessità funzionale per velocizzare i tempi di un passaggio immediato verso Mancini che, smarcato, può fare l’assist.

Relazioni e creazione dello spazio
Un manifesto del gioco che l’Aquilani allenatore chiede alle sue squadre di attuare, basato su due principi cardine: la valorizzazione delle relazioni dinamiche tra i calciatori e lo spazio inteso non come una costante geografica del campo da presidiare bensì una variabile da provocare attraverso il possesso del pallone. I tre anni spesi a Firenze, lontani dalle concitate esigenze dei risultati a tutti i costi, hanno rappresentato un laboratorio ideale nel quale sperimentare un modello di gioco dominante, dove l'avversario diretto viene attratto per poi essere superato tramite la combinazione con il terzo uomo. Un laboratorio che ha dato risalto a un altro elemento tipico del pensiero calcistico di Aquilani: l’assenza di dogmi tattici, con compagini che alternavano i moduli (4-3-3, 3-5-2 ma anche 4-4-2) in ragione delle situazioni da affrontare e degli uomini a disposizione. Con un unico macro-principio intoccabile: dominare l'avversario togliendogli il riferimento del pallone. Un concetto, anche questo, che lo avvicina all’idea di calcio che aveva Liedholm più di quarant’anni fa ma ancora attualissimo, che rafforza la suggestione per la quale Aquilani sarebbe stato un giocatore sul quale il Barone avrebbe lavorato con risultati garantiti.
Il Catanzaro 2025-26
Dopo la stagione 2023/2024 trascorsa a Pisa, dove il tecnico si concentrò molto sulla fluidità di schemi e moduli, la sua piena maturazione è arrivata lo scorso anno a Catanzaro con l’impostazione di un 3-4-2-1 che ha portato i giallorossi al quinto posto nella stagione regolare e alla finale playoff disputata contro il Monza. In Calabria, la costruzione dal basso attirava scientemente la pressione alta degli avversari che veniva poi scavalcata attraverso combinazioni rapide e passaggi di prima intenzione del doppio pivot Petriccione-Pontisso. Una volta superata la prima pressione, la manovra si verticalizzava istantaneamente, sfruttando gli spazi creati alle spalle del blocco difensivo avversario. Ma la vera intuizione di Aquilani a Catanzaro si è manifestata nell'evoluzione relazionale del reparto offensivo, dove Iemmello, storicamente un centravanti d'area, è stato integrato nella manovra come regista offensivo di movimento. Abbassandosi sulla linea mediana per fungere da raccordo, Iemmello liberava la profondità per le corse di Pittarello e, contemporaneamente, apriva corridoi di inserimento per il giovanissimo trequartista Mattia Liberali. Quest'ultimo, brevilineo e dotato di un ottimo dribbling nello stretto, agiva partendo dal mezzo spazio destro per poi accentrarsi sul suo piede forte. Il successo per 3-0 contro il Palermo nella semifinale di andata dei playoff, sugellato da una doppietta dello stesso Iemmello e dalla rete di Liberali, ha dimostrato la piena funzionalità di una manovra capace di coniugare il palleggio corto con un'efficace verticalizzazione negli ultimi metri, dando compimento a quello che, ricordando l’Aquilani calciatore, è probabilmente il suo modello di calcio ideale: gestione ottimale del pallone e degli spazi, scelte efficaci e immediate che asciugano i tempi di gioco, geometrie lineari. Elementi che, quando coordinava le azioni in mezzo al campo, lasciavano presagire la possibilità di avere un post carriera da allenatore, alla quale, forse, mancavano quelle doti di leadership che oggi Aquilani ha colmato con l’esperienza maturata e la credibilità delle idee con cui è capace di coinvolgere i suoi calciatori.

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