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Gattuso da Nazionale

Stefano Olivari
Pubblicato il 8 settembre 2026, 11:26
Lotito e Gattuso davanti a quasi tutti. La capolista più improbabile della Serie A, visto il non mercato del presidente e di Fabiani, è senza dubbio la Lazio che vincendo a Udine ha raggiunto Inter e Roma. Non è un caso che gli uomini copertina siano due giocatori forti come Frattesi e Gudmundsson, che però nella percezione comune (anche nella loro, che però hanno preso la situazione nel modo giusto) sono scarti di Inter e Fiorentina. La rimonta contro l’Udinese è stata figlia del gioco, senza frenesia, e di una quantità di azioni pericolose davvero notevole che ha premiato come non mai il classico 4-3-3 di Gattuso. Se il ricordo di Zenica non fosse ancora vivo potremmo parlare di un Gattuso da Nazionale... La domanda è adesso scontata: può una squadra di questo tipo, fra prestiti e giocatori fuori dai radar delle grandi, far rivivere la storia del Verona di Bagnoli? Nel 2026-27 diremmo di no, ma certo una Lazio così può fare molto male ad almeno una delle sette sorelle d'Europa. Di sicuro Lotito, pur non essendo un tecnico e nemmeno credendo di esserlo, da più di vent’anni ha capito che il calcio ha una classe media immensa, piena di giocatori che possono fare molto bene o molto male a seconda del contesto: tanto vale pagarli poco e a volte nemmeno comprarli.
L’esonero di Grosso, prematuro visto il modo in cui Paratici ha rivoluzionato la rosa, si inserisce in una tendenza che nell’era Commisso era iniziata già iniziata con l’indimenticato Rocco, con 9 allenatori in 7 anni (Montella, Iachini due volte, Prandelli, Gattuso per pochi giorni, Italiano, Palladino, Pioli, Vanoli due volte e Grosso) e uno solo, Italiano, che ha davvero fatto bene, scegliendo poi senza un vero perché di andare al Bologna. Siccome Paratici è in viola soltanto da quest’anno, le colpe di questa precarietà sono in gran parte dei proprietari, sospesi fra la serena accettazione dei rapporti di forza e di marketing fra club e ambizioni davvero americane
Tre indizi fanno una prova, si dice di solito. E trenta? I primi tre turni di Serie A trascorsi senza nemmeno un rigore e un’espulsione (l’unica, quella di Gaetano, è avvenuta a partita finita) vanno ben al di là delle raccomandazioni Rosetti-UEFA alla ricerca di un gioco più fluido. Inter-Napoli è la partita manifesto, in positivo, dell’inizio dell’era Orsato e gli allenatori in genere mostrano di apprezzare il nuovo corso, che poi è vecchissimo: l’arbitro onnipotente che non spiega e che non si mette mai in discussione e che deve accettare il VAR quasi soltanto per le situazioni di posizione, dal fuorigioco a un pallone uscito. Tutto questo, unito ai conteggi (lì davvero gli arbitri stanno andando in ordine sparso), è per lo spettacolo un bene. Ma il fatto che gli arbitri italiani, gli stessi, in pochi mesi si siano trasformati da indecisi telecomandati da Lissone in Concetto Lo Bello 2.0 la dice lunga su quanto la categoria sia condizionabile.
Dopo le operazioni Yildiz e Thuram, adesso quella di Locatelli. Se gli infortuni muscolari, tipo Boga, sono quasi sempre colpa degli allenatori o di forzature dei giocatori, e pazienza se li si lascia parlare di ‘sfortuna’ senza contraddittorio, quelli di altro tipo quasi mai sono prevedibili e quindi la stagione della Juventus è già in parte segnata senza che a Spalletti possa essere imputato qualcosa. Anzi, nella sfida con il Milan la sua squadra è sembrata la più viva e propositiva. Semmai il mirino si può spostare su Carnevali e Massara per la gestione della vicenda portieri, per Vlahovic di fatto non sostituito, per giocatori che si è fatto di tutto per vendere (Koopmeiners, Nico Gonzalez, Gatti) e che si sono rivelati poi decisivi, per l’incredibile caso Milik (guarito ma non impiegabile essendo fuori dalle liste di A e di Europa League), per una stagione che rischia di essere di transizione già nelle premesse.
stefano@indiscreto.net
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