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Quarant'anni di Udinese

Stefano Olivari
Pubblicato il 4 novembre 2026, 18:45 (Aggiornato il 5 nov 2026 alle 08:46)
L'esonero di Runjaic e l'ingaggio di Paolo Zanetti è l'attualità. La storia è invece che Il 28 luglio 1986 Gianpaolo Pozzo acquistava l'Udinese da Lamberto Mazza. Quarant'anni dopo il calcio italiano è cambiato quasi completamente: sono scomparse proprietà storiche, sono falliti club, sono arrivati fondi americani, proprietà multinazionali e investitori che considerano una società calcistica soprattutto un asset. I Pozzo sono ancora lì, a ricordarci che sono una delle storie imprenditoriali più importanti del calcio italiano. Quando Pozzo rilevò l'Udinese la società era appena stata coinvolta nel Totonero-bis e doveva affrontare una stagione con 9 punti di penalizzazione. Nonostante gli investimenti, arrivò la retrocessione: non esattamente l'inizio di una favola. Ma da quel momento sarebbe cominciata una storia che ha portato l'Udinese a diventare una presenza stabile nel massimo campionato, a frequentare le coppe europee, a scoprire e valorizzare giocatori destinati a grandi carriere e a costruire uno degli stadi più funzionali d'Italia. Complimenti da tutti. Il punto, però, è proprio questo: che cosa significa oggi il modello Udinese? E soprattutto, che cosa vuole diventare l'Udinese? Bisogna per forza voler diventare qualcosa nel calcio di oggi? Perché c'è una differenza sostanziale fra essere una società virtuosa e accontentarsi di vivacchiare. Fra costruire una squadra competitiva attraverso lo scouting e utilizzare lo scouting soprattutto per vendere. Fra avere una dimensione provinciale e avere ambizioni provinciali. Dopo quarant'anni la proprietà Pozzo merita riconoscenza, ma non può essere esentata dalle domande sul presente.
La storia di Pozzo non si può raccontare soltanto attraverso i risultati, pur buoni. La sua grande intuizione è stata capire prima di altri che una società di provincia non poteva competere economicamente con le grandi del calcio italiano, ma poteva farlo attraverso l'organizzazione, la ricerca internazionale di giocatori, la capacità di anticipare il mercato e la valorizzazione degli investimenti. L'Udinese è quindi diventata una specie di laboratorio permanente. Prima che la parola scouting diventasse di moda, a Udine si cercavano calciatori in mercati che gli altri club italiani frequentavano poco. Sudamerica, Africa, Europa orientale, Balcani. La lista, per forza di cose parziale se no scriveremmo un libro, è impressionante. Alexis Sánchez, che a Udine ha trovato la definitiva consacrazione europea; Samir Handanovic, diventato uno dei migliori portieri della Serie A; Medhi Benatia, Juan Cuadrado, Gökhan Inler, Kwadwo Asamoah, Mauricio Isla, Rodrigo De Paul, Bruno Fernandes, Piotr Zielinski. E naturalmente Antonio Di Natale, a dare un tocco di italianità.
Il lavoro di Spalletti e poi quello di Guidolin hanno portato l'Udinese a due terzi posti, nel 1997-98 e nel 2011-12, e alla Champions League. In mezzo ci sono state 11 partecipazioni alle coppe europee, con una continuità che anche per realtà più grosse ha pochi paragoni. C'era anche una capacità di innovazione organizzativa: il ricorso sistematico ai dati, la rete internazionale di osservatori, la collaborazione con società straniere, l'utilizzo delle strutture sportive come investimento strategico. E poi lo stadio. Il vecchio Friuli è stato trasformato in un impianto moderno, funzionale, di proprietà, il Bluenergy Stadium, arrivato persino a ospitare la Supercoppa europea del 2025. Il modello Pozzo, insomma, non è una leggenda costruita dai nostalgici. Ha prodotto risultati concreti e ha anticipato trasformazioni che oggi sono diventate patrimonio comune del calcio professionistico.
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