Alfredo Di Stéfano giocava un altro sport

A cent’anni dalla nascita del fuoriclasse argentino-spagnolo, il ritratto dell’uomo che occupava ogni metro del campo quando il calcio non aveva ancora inventato il concetto di calciatore totale
Alfredo Di Stéfano giocava un altro sport

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 4 luglio 2026, 08:00

Un bambino baciato, ancora prima che dal talento che si sarebbe manifestato, da una specie di caleidoscopio etcnico: sua madre, Eulalia Laulhé Gilmont, è una biondissima francese con sangue irlandese; suo padre Alfredo è originario di Capri. Un suo trisnonno era stato tra i generali prediletti di Giuseppe Garibaldi.
Vide la luce cent'anni fa a Buenos Aires, Alfredo Di Stéfano. Nato il 4 luglio. 
La leggenda, che forse leggenda non è, a proposito del suo soprannome, “La saeta rubia”, narra che il presidente River Plate, Antonio Liberti, il dirigente al quale si deve anche la costruzione dello stadio "Monumental", fosse rimasto incuriosito dal colore dei suoi capelli e gli chiese come mai un ragazzo di origini campane fosse così biondo. «Papà ripeteva sempre che in Italia c’era sole, tanto sole. Forse è stato per quello». Così aveva risposto, a quindici anni, Alfredo Di Stéfano.

Il campo cominciava dai suoi scarpini

Calciatore “totale”, aggettivo che lui iniziò a meritare, o per meglio dire incarnare, quando in Olanda nemmeno esisteva il professionismo. Perché era come se il campo iniziasse dalla punta dei suoi scarpini e si misurasse in base alle esigenze del suo gioco. Perché Alfredo Di Stéfano da un certo momento della sua carriera in poi ha rappresentato l’essenza del calciatore capace di coprire ogni funzione del gioco stesso e di farlo meglio di tutti, quale che fosse il compito specifico che la situazione o la porzione di campo dove si trovava richiedevano. Come vanto assoluto del nostro football, possiamo precisare che non era stato il primo in realtà, semplicemente perché a proposito di completezza e multifunzionalità un modo simile di farsi raccontare se lo era guadagnato Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino. Ma dall’avvento di Di Stéfano in poi, quando si fa riferimento con criterio analitico al giocatore più completo mai veduto – non come atleta in sé, ma come posizioni occupate in campo, come dominio su tutti i 110 metri di gioco – il primo nome che viene in mente è il suo.

Quelli che lo videro dal vivo trovarono naturale raccontarlo come il più grande di sempre, a maggior ragione dopo aver visto Pelé e senza vacillare nel giudizio nemmeno mentre raccontavano Cruijff e Maradona, in sequenza cronologica. Nessuno avrà mai definitivamente ragione, è il fascino stesso di un simile dibattito a lasciare sempre aperto l’uscio alle argomentazioni; però fa riflettere il particolare, citato da più d’uno tra coloro che ebbero modo di rendere in cronaca le sequenze di una carriera che diventavano subito storia, che né la straordinaria sintesi tecnico - atletica di Pelé, né la prestidigitazione pedatoria di Maradona, abbiano potuto aspirare alla completezza di Di Stéfano. E se fosse stato solo un luogo comune, il concetto sarebbe sbiadito con il succedersi delle epoche. Invece è stato proprio il tempo che è venuto quando il suo era terminato ad avvalorare il giudizio di chi lo descriveva e ancora lo descrive inarrivabile.
La sua evoluzione calcistica è la migliore testimonianza a suffragio di una “candidatura” che poggia su basi solidissime: una carriera infinita, soprattutto per l’epoca: lunga circa un ventennio e sempre e soltanto ad alti livelli; numeri individuali e di squadra da record, ovunque abbia giocato: 75 presenze e 55 reti con il River Plate dal 1945 al 1949, con la parentesi di un 1946 di “svezzamento” all’ Huracán; 112 presenze bagnate da 100 reti con i Millionarios di Bogotà, fino al 1952; 396 presenze con 308 reti nel Real Madrid, dal ‘53 al ‘64. Per tutto quello che ha vinto, non abbiamo righe sufficienti; ci basta ricordare cinque finali della Coppa dei Campioni che fu, dal 1956 al 1960, tutte vinte e sempre con la firma perlomeno di un suo gol.

 

Quando il migliore non aveva bisogno del Mondiale 


Nessuna grande storia che si rispetti può fare a meno di un paradosso, perlomeno uno: Di Stéfano in “bacheca” ha potuto sistemare anche l’unico neo della sua irripetibile vita calcistica, consistente nel non aver mai partecipato a una fase finale del Mondiale. In ogni caso, i numeri, da soli, non bastano; non arrivano a testimoniare la dote che costituiva l’unicità del fuoriclasse in mezzo ad altri fenomeni: la capacità di evolvere ed evolversi, a seconda del contesto, del paese e del campionato in cui militava, nonché dei compagni che aveva intorno; perché nasceva altro campo, oltre a quello che tutti vedevano, compagni e avversari compresi, dai tacchetti di Alfredo Di Stéfano, un accento acuto a fare la differenza tra chi è stato grande e chi può aspirare a essere ricordato come il migliore

 

 

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