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Post Cristian confermatum
In attesa che la storia dica la sua sul quesito dei secoli (contano più i giocatori o l’allenatore?) la serie A rimane un grand Guignol

Roberto Beccantini
Pubblicato il 16 luglio 2026, 12:00
* Alla forsennata ricerca di un’idea che espugni la Bastiglia dell’omologazione e aiuti a lenire le piaghe della terza trombatura mondiale, la legione straniera del campionato italiano punta gli obici e raccomanda l’anima ai Napoleone delle lavagne. Sarà Austerlitz o sarà Waterloo? Il mercato impazza festoso, in una ridda di direttori sportivi e Signore Coriandoli che agitano la lunga e boriosa vigilia. A rigor di lumi, il risultato è accessorio. A rigor di tenebre, resta essenziale. Sono le zuffe da cortile che ci trasciniamo dai tempi, nobili, in cui Gianni Brera disquisiva di Metodo e Sistema, invitando i tecnici, per vincere, a difendere le sconfitte. «Il sesso degli Ercoli» è del 1959: lo consiglio ai giovani che desiderano ampliare gli orizzonti attraverso (anche) i panorami che sgomitano tra la polvere e la muffa delle cantine. È la prima stagione dopo Cristian e uno scudetto che l’Inter ha vinto a mani basse, esito che non può e non deve far pensare a una passeggiata. Se dal 2021 ti laurei campione tre volte con tre mister (Antonio Conte, Simone Inzaghi, Chivu), la casualità scivola in fondo alla scaletta. Significa, se mai, che Beppe Marotta ha saputo cavalcare il periodo, adeguandone le montagne russe alle esigenze di bilancio e ai tesori del fiuto: suo e dei suoi collaboratori. Da don Camillo di provincia a eminenza metropolitana, il Reverendo romeno non ha fatto tabula rasa. E non l’ha fatta perché non ce n’era bisogno. Inzaghino, arabo errante, gli aveva consegnato una rosa crollata «solo» sui traguardi, ma proprio per questo - e non banalmente per la legge dei paradossi - in grado di rimanere competitiva. Bastava liberare l’ambiente dai fantasmi che, spesso, le maledette primavere fanno sloggiare dagli armadi. E se il boom di Federico Dimarco (7 gol, 18 assist) è farina del suo sacco, Piero Ausilio, spalla del boss, si è affrettato a riesumare il contributo di Simone: «Mi disse: guarda che questo [Dimarco] da qui non si muove. Mi può fare due ruoli, mai più in prestito. Intesi?». Non ha la puzza al naso, e la scoperta americana di Pio Esposito giustifica il suo intuito, la sua allergia per i chiodi delle gerarchie. Salutato Denzel Dumfries, freccia di destra, e spiazzato da Marco Palestra, con Francesco Acerbi e Stefan de Vrij all’addio, dovrà accollarsi energici restauri nel cuore della difesa.
Roma e Como, le sorprese del campionato tra Gasperini e Fabregas
E gli scenari del «Post Cristian confermatum » (sino al 2028)? La giostra ha assunto ritmi talmente frenetici che trasferirla nel nostro zoo non comporta poi uno sforzo così titanico, così scriteriato. A sfogliare la classifica di maggio si ricava un censimento volante che non lascia mance. Intoccabile, a Roma, Gian Piero Gasperini. E vittorioso su ogni fronte: in campo (terzo posto e zona Champions); a Trigoria (via Claudio Ranieri); sul mercato (via Frederic Massara e, da Bergamo, largo a Tony D’Amico). Donyell Malen, 14 reti in 18 partite, è la pedina che, da gennaio, ha scardinato gli equilibri: in area, in società, in tribuna.

Se il Gasp ha ormai dalla sua il popolo - che se non proprio la voce di Dio sa essere, se vuole, la voce di molti Io - Cesc Fabregas è colui che ha raccontato il lago di Como ai livelli romanzeschi e romantici di Alessandro Manzoni. Dal decimo al quarto posto, i suoi «bravi». E una proprietà indonesiana che, per conquistare stadio e indotto, medita una diffusione del «brand» tipo sbarco in Normandia.

Juve, crisi tecnica e societaria tra cambi in panchina e mercato
La Juventus, da parte sua, è precipitata dentro un labirinto senza fili di Arianna che indichino l’uscita. Siamo, grosso modo, alle pagine di un elenco telefonico: Maurizio Sarri, l’hombre dell’ultimo «scudo», quindi, dal 2020, Andrea Pirlo, l’Allegri bis, Paolo Montero (per due gare), Thiago Motta, Igor Tudor, Massimo Brambilla (per una), Luciano Spalletti. Nonostante timidi messaggi di un gioco meno «feo y aburrido», l’Abatone di Certaldo è arrivato sesto, fallendo l’obiettivo minimo rappresentato, per Madama, dalla miniera consolatoria della Champions. Gli sceriffi dell’Uefa ne hanno fustigato le violazioni di natura economica, riducendola a baratti frugali. Dusan Vlahovic, classe 2000, si è sfilato: sorrido all’annuncio delle suppliche esose del suo harem di agenti o sedicenti tali. Mi spiace per lui, dal momento che era l’unico centravanti passabile, godo per loro. Non si può non chiosare lo sgombero dal carnevale a Carnevali. All’inferno gli algoritmi di Damien Comollì, sotto con il don Giovanni di Sassuolo, sodale fraterno del Marotta che, oggi, gli interisti celebrano e i gobbi aborrono.

Milan, rivoluzione totale dopo una stagione deludente
Se la Vecchia è un «casino organizzato », il Milan è un collegio in calore. Aver ciccato il Luna park più ricco per un pari casalingo con il Cagliari, ha trasformato Gerry Cardinale in un Attila sterminatore. In un colpo sono rotolate le teste di Massimiliano Allegri, Igli Tare, Giorgio Furlani, Geoffrey Moncada. Ghigliottine da far invidia a quel «terrorista» di Maximilien Robespierre. Con Zlatan Ibrahimovic e il suo mestiere dell’ombra a tessere trame dai salotti o dai trespoli delle tv. Il designato pareva Andoni Iraola. Peccato che il «primario» basco del Bournemouth dal 1° luglio operi ad Anfield. E allora corte serrata a Ralf Rangnick, guru tedesco dell’Austria, con Oliver Glasner, austriaco, vincitore della Conference con il Crystal Palace, a occuparsi dello spogliatoio. La melina li ha innervositi: auf Wiedersehen. Improvvisamente, Ruben Amorim. Seguace di José Mourinho, dai trionfi dello Sporting Lisbona al fiasco del Manchester United. Per Fabio Capello, «un salto nel vuoto». Per le edicole, «un sergente di ferro». Portoghese, nella scia di Paulo Fonseca e Sergio Conceiçao. È un Diavolo in gramaglie, con la curva che vomita firme contro tutti, lacerata da ricette che renderebbero i menu di Maurizio Zamparini inni alla più vegana delle diete.

Napoli, Allegri e le nuove sfide delle big della Serie A
A Napoli c’è un odiatore seriale della Juventus che continua, per una sindrome prossima al disturbo di Stoccolma, ad accumulare reliquie bianconere. Aurelio De Laurentiis. Dalla fuga del Martello salentino al Feticista labronico, per tacere di Giovanni Manna, direttore sportivo con il mandato di darci un taglio (alle spese). Nel 2014, alla Continassa, il trasloco da Conte ad Allegri fu un tripudio. Da tre titoli a cinque, addirittura, più due finali di Champions. Pietanze da ristoranti stellati. Sono trascorsi dodici anni dall’incipit che, lì per lì, la piazza osteggiò visceralmente, ma la scintilla della staffetta deve aver resistito all’oblio, se un caudillo come Adl ne ha accettato il rischio. Il «capitale» di Max è complicato da tradurre: andata strepitosa, ritorno disastroso. E se il tabellino è il vangelo, perché meravigliarsi dei lazzi che salgono dal basso?

Le nuove panchine della Serie A: Torino, Lazio, Bologna e le altre
Paolo Vanoli aveva salvato la Fiorentina, ereditata da Stefano Pioli. Al Toro, Roberto D’Aversa aveva rianimato i granata, smarriti da Marco Baroni. Morale: sollevati dall’incarico. Fabio Paratici ha optato per Fabio Grosso, il Fiorello del «villaggio» Sassuolo. Urbano Cairo ha battezzato Ignazio Abate, champagne della Juve Stabia.

A Sassuolo è finito Alberto Aquilani, artefice del miracolo Catanzaro. Sic transit gloria panche. Alla Lazio, Sarri ha chiuso con Claudio Lotito, il cui magistero è troppo legato a un Ego che deborda (sino a Reggio Calabria). Avvicenderà Raffaele Palladino alla Dea. Palladino che, orfano di Mateo Retegui e (da febbraio) di Ademola Lookman, era riuscito a riaccendere le ambizioni tradite da Ivan Juric. «C’era Guevara» è un fiammifero: portare la Lazio, «quella» Lazio, dall’assetto scheletrico e la tana vuota, all’epilogo di Coppa Italia non ha prezzo. Nel suo piccolo e al cambio con la valuta interista. A Formello comincia l’ennesima avventura di Rino Gattuso, il ct silurato dai rigori bosniaci. Uno che, da tutore, non riesce a trasmettere il furore che ne innervava la vita da mediano.

I giochi di parole dilagano a Bologna: da un Italiano (Vincenzo) a un Tedesco (Domenico). Più pressing e rock’n’ball? Non poteva, il Cagliari, non insistere su Fabio Pisacane, capace di addobbare Palestra. L’Udinese non deroga dalla continuità di Kosta Runjaic: non era facile domare Nicolò Zaniolo, ce l’ha fatta. Inoltre, ha lucidato le quotazioni di Oumar Solet, Arthur Atta e Keinan Davis, centravanti di ante e di anche. Il Genoa ha premiato il carro attrezzi di Daniele De Rossi. Da Venezia, Giovanni Stoppa rilancia una sfida che, nel suo caso, sa di macumba: specialista in promozioni, non altrettanto nello schivare gli iceberg della A. Il Lecce ha perso Pantaleo Corvino, ispirato cacciatore di cuccioli, e «riacquistato» Eusebio Di Francesco. Il Frosinone si fida di Massimiliano Alvini e di una gavetta che ne ha tinteggiato la mappa. E il Monza? Paolo Bianco ha tolto il disturbo. Divergenze sul futuro. Il casting ha baciato Juric, pirata croato che non «muore» mai. A Parma si sono tenuti Carlos Cuesta, 31 anni il 29 luglio, successore di Chivu. Gli avevano chiesto la salvezza: missione compiuta, brandendo lo zaino di Enrico Delprato e la baionetta di Mateo Pellegrino.

Allenatori italiani all’estero: da Ancelotti a De Zerbi
Alla periferia dell’impero, con i bebè in cella e il quarantaseienne Ronaldinho a piede libero, a Ravenna, ci aggrappiamo, mesti, a Carlo Ancelotti, in balia delle onde do Brasil, ai «bagni turchi» del bocciatissimo Vincenzo Montella, a Fabio Cannavaro, acrobata del circo uzbeko, a Roberto De Zerbi, salvatore del Tottenham, a Francesco Farioli, campione con il Porto. Allo stesso Italiano, esule al Besiktas. Nemo (o quasi) propheta in patria, d’accordo. Ma mica vanno in campo loro.
* tratto dal numero di agosto del Guerin Sportivo
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