Anzalone, visionario e gentiluomo

Presidente della Roma negli anni Settanta, acquistò i terreni di Trigoria e rinnovò l'immagine di società e squadra con il celebre lupetto di Gratton. Nacque il 5 ottobre 1930
Anzalone, visionario e gentiluomo

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 5 ottobre 2025, 06:49

In un’epoca di maleducazione imperante, quasi istituzionalizzata, nel calcio come in ogni altro ambito della società, i modi garbati e la signorilità del “Presidente gentiluomo” continuano a brillare, oggi persino più di ieri, nel ricordo di lui che vide la luce il 5 ottobre di novantacinque anni fa. È l’incipit, ma potrebbe essere anche il finale di queste righe.

 

 

Visionario e galantuomo

Un signore, in ogni accezione possibile, nella storia dell’Associazione Sportiva Roma, il cui operato più passa il tempo più viene o quantomeno dovrebbe essere rivalutato, perché prima di quelli che hanno fatto la storia, ci sono sempre stati quelli che le hanno preparato il terreno. Ogni libro sul club capitolino degno di questa definizione dovrebbe contenere un capitolo in cui venga finalmente riconosciuta l’opera di svecchiamento e di apertura verso un futuro manageriale del club, quello che poi si sarebbe realizzato con l’approdo gestionale di Dino Viola dal 1979 in poi.

 

La storia

Nelle vicende romaniste, a proposito di transizione tra passionalità quasi disinteressata ai grandi obiettivi e legittimità delle ambizioni, Gaetano Anzalone è stato il vero traghettatore del club. Prese la Roma nel 1971 ed ebbe innanzitutto il merito di trasfondere al club la sua visione da capitano d’azienda, nella fattispecie operante nel settore edile. Sotto la sua presidenza arrivò Pierino Prati, venne fatto tornare De Sisti e vennero svezzati Conti, Rocca, Di Bartolomei. A poche settimane dal passaggio di mano della società, lasciò in dote a Viola Roberto Pruzzo. Se ne intendeva di fondamenta: cominciò così a porre le basi per la Roma che sarebbe venuta e che, soprattutto, non avrebbe mai smesso di crescere nemmeno dopo la fine della sua gestione: l’aspetto più importante, a ben vedere. La visione di uno che sapeva che operare esclusivamente per il profitto del momento presente, senza uno sguardo rivolto agli orizzonti in prospettiva, avrebbe voluto dire precludersi ogni strada per la crescita futura.

 

Uomo e dirigente del futuro

Divenuto presidente quando ancora si percepiva l’eco del tintinnio umiliante della colletta del “Sistina”, lasciò la Roma, con un commiato delicato e sinceramente commosso, dopo aver fatto conoscere al club una svolta in chiave organizzativa - fu lui ad acquistare i terreni di Trigoria -, pubblicitaria - basta pensare al leggendario marchio col Lupetto di Piero Gratton - e infine tecnica. È bene, però, che la chiosa di questo articolo sia dedicata a un aspetto dell’uomo Anzalone: la Roma per lui, dall’inizio alla fine, non fu mai questione di profitto.

 

 

 

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