Giuseppe Pillon, il signore delle promozioni

Dal triplice salto con il Treviso fino alla Serie B al Chievo dei miracoli: storia di un tecnico che ha basato la carriera sulla dedizione al lavoro e l’etica
Giuseppe Pillon, il signore delle promozioni

Paolo Valenti/EdipressPaolo Valenti/Edipress

Pubblicato il 8 febbraio 2026, 11:53

Tra gli allenatori più solidi che ha espresso il nostro calcio, la figura di Giuseppe "Bepi" Pillon assume un ruolo primario che merita di essere analizzato. I suoi notevoli successi nelle categorie inferiori hanno avuto modo di brillare, seppur per poco tempo, anche sotto i riflettori del calcio lustrini e pailletes della Serie A e della Champions League. Ma per riuscire a navigare a lungo in quei mari tempestosi, a volte non basta conoscere il calcio a menadito: sono necessarie altre “soft skills” che, probabilmente, Pillon non ha mai posseduto.

 

Centrocampista di trincea

Del resto, sono i buoni centrocampisti che imparano a studiare il gioco in mezzo al campo che spesso convertono la loro esperienza in sapienza tattica da dispensare ai giocatori che vanno ad allenare. Bepi aveva cominciato il suo percorso formativo nelle giovanili della Juventus, prologo di un girovagare nelle categorie inferiori che trovò il suo momento di maggior gloria nel quadriennio 1977-81, quello vissuto a Padova, quando vinse la Coppa Italia Semiprofessionisti (1979-1980) e ottenne una promozione in Serie C1. La militanza nel calcio di trincea, per certi versi, fu decisiva nel forgiare l’idea di gioco che avrebbe poi proposto una volta abbracciata la carriera da allenatore: linee compatte, interazione tra reparti e verticalizzazione immediata sono convinzioni nate dalle esperienze maturate sui campi ruvidi della Serie C, dove il pragmatismo prevale sull'estetica e la determinazione è l’arma principale sulla quale fare affidamento. Dal Pillon calciatore nacque il Pillon allenatore, che già sulla prima panchina importante del suo percorso fu in grado lasciare un segno indelebile.

 

 

Il Treviso 1994-97 e il 4-4-2

Dopo aver allenato i dilettanti del Bassano, nell’estate del 1994 Bepi viene chiamato alla guida del Treviso. La categoria è sempre quella dei dilettanti, che il tecnico di Preganziol, dopo il primo anno di apprendistato. ormai conosce bene. La affronta con le caratteristiche di lavoro che lo accompagneranno anche negli anni a venire: disciplina e chiarezza dei concetti da trasmettere ai giocatori. Tatticamente non esce dai binari di un 4-4-2 classico. Non ne è un integralista (nel corso della carriera apporterà anche qualche variazione al suo modulo di riferimento) ma è sicuramente la disposizione base che preferisce, alla quale applica i principi di gioco che ha imparato quando era giocatore. Il suo 4-4-2 è un sistema dinamico basato su idee chiare: l’occupazione degli spazi, l’aggressione dell’avversario in fase di non possesso e le transizioni immediate. Nella fase difensiva, le sue squadre si schierano con due linee da quattro estremamente compatte. La distanza tra i reparti è minima: un accorgimento decisivo per negare agli avversari la possibilità di giocare negli spazi e per favorire il raddoppio di marcatura. L’inizio dell’azione avviene alternativamente con l’utilizzo dei terzini, che vanno ad attivare le catene laterali, o, in caso di pressione avversaria, con la verticalizzazione immediata sugli attaccanti, una soluzione pragmatica per superare il pressing e attaccare direttamente la profondità. Nello sviluppo dell’azione offensiva, Pillon raccomanda alle sue squadre l’utilizzo delle fasce, dove il movimento coordinato tra terzino, esterno di centrocampo e attaccante mira a creare superiorità numerica attraverso sovrapposizioni, scambi rapidi o aggressioni dirette allo spazio. Nelle transizioni, invece, un ruolo fondamentale lo giocano i centrali di centrocampo, chiamati, una volta riconquistata la palla, a scaricare il pallone sugli esterni o a cercare immediatamente le punte per cogliere impreparata la difesa avversaria. Un’identità di gioco pulita, semplice, adatta a squadre che hanno la necessità di minimizzare il rischio di errori individuali ed esaltare la forza di un collettivo disciplinato. Come il Treviso del triennio 1994-97, con il quale Pillon compie una vera impresa vincendo tre campionati consecutivi e arrivando dal Campionato Nazionale Dilettanti alla Serie B senza sbagliare una stagione. Un record che non può dirsi unico perché condiviso con un campionissimo della panchina come Alberto Zaccheroni ma comunque sufficiente per indicare il valore del tecnico, basato sulla serietà del lavoro settimanale e sull’applicazione individuale negli allenamenti e in partita. “Era una bravissima persona, ma quando c’era da farsi sentire, lo faceva. Non è che desse molta confidenza: essendo un uomo vecchio stampo, teneva le distanze con i giocatori. Era molto professionale”. Queste le parole che ha speso per lui in esclusiva per Il Cuoio Sergio Pellissier, che da Bepi è stato allenato per poco più di una stagione (2005-06 e inizio della successiva) nel Chievo Verona dei miracoli, quello arrivato quarto che si guadagnò il diritto di disputare i preliminari di Champions League.

 

 

Dall’Ascoli al Chievo

Sicuramente il momento apicale della carriera del tecnico trevigiano, che dopo l’exploit delle tre promozioni consecutive non era mai riuscito ad allenare oltre la serie cadetta pur avendo realizzato altri piccoli capolavori, come la promozione dell’Ascoli dalla serie C1 alla B nel 2001-02. Una squadra, quella, capace di unire rigore tattico e una determinazione feroce, tanto che i suoi giocatori, tra i quali un promettente Andrea Barzagli, seppero guadagnarsi il soprannome di Diabolici e vincere, oltre al campionato, la Supercoppa di Serie C. Anche il ritorno a Treviso, nel 2004-05, fu un piccolo capolavoro. Chiamato a novembre con la squadra all'ultimo posto in Serie B, Pillon orchestrò una rimonta leggendaria, portando il club a disputare i playoff. Sul campo la promozione sfumò, ma il successivo fallimento del Torino e altre vicende extracalcistiche rivoluzionarono la classifica e permisero al Treviso di arrivare per la prima volta in Serie A: un traguardo che portava la sua firma. Nell’appunto su Pillon, Pellissier ha fatto notare le sue doti umane. Un episodio di campo, più delle parole, ne certificò lo spessore. Durante la sua seconda esperienza ad Ascoli (campionato 2009-10), in una partita di Serie B contro la Reggina, la sua squadra segnò un gol in modo controverso. Il reggino Valdez, infatti, si era infortunato e aveva provato a calciare fuori campo il pallone ma Sommese, giocatore bianconero, aveva tenuto la palla in gioco consentendo poi ad Antenucci di realizzare il gol del vantaggio. Alla ripresa delle ostilità, Pillon ordinò ai suoi di far pareggiare immediatamente gli avversari: un gesto che gli valse la candidatura al premio fair play istituito dalla Fifa.

 

 

Troppa etica per la Serie A?

L’esperienza con il Chievo, si diceva, fu l’apice del suo percorso professionale. Si interruppe dopo sei giornate nella stagione 2006-07. Solo in un’altra occasione Pillon tornò ad allenare in Serie A: era l’annata 2008-09 quando la Reggina lo chiamò per raddrizzare un campionato che, alla fine, vide i calabresi retrocedere. Una parentesi che nulla tolse e niente aggiunse a una carriera che avrebbe meritato maggiore visibilità. Forse la sua trasparenza non era compatibile con le necessità di compromesso che servono per rimanere a lungo ai massimi livelli della piramide calcistica.

 

 

 

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