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Mircea Lucescu, allenatore di idee non di schemi

Paolo Marcacci/Edipress
Pubblicato il 8 aprile 2026, 14:56
Quelli come lui nella convenzione giornalistica li chiamavano spesso "santoni", per il tanto mondo che avevano girato predicando calcio e per i trofei che avevano mietuto, scovando nel frattempo talenti in ogni dove. Mircea Lucescu, però, era innanzitutto un uomo saggio, dalla smisurata cultura calcistica e dalla capacità, precursore in questo come pochi altri, di portare la cultura nel calcio: in senso specifico e in senso lato, per le tante lingue parlate e per l'abitudine di spronare i suoi giocatori a frequentare i teatri, le biblioteche, le mostre d'arte.

Mircea, da attaccante ad allenatore
Nato a Bucarest due volte: in senso anagrafico nel 1945 e sbocciato poi nella Dinamo Bucarest come calciatore. Attaccante di manovra, ma con profondità di pensiero da centrocampista, come avrebbe poi mostrato una volta diventato allenatore: gestore di uomini e spogliatoi, sergente che non ebbe mai bisogno di farsi definire "di ferro" perché ferrea era la sua autorevolezza ammantata d'eleganza e, all'occorrenza, d'ironia; maestro di calcio che ha sempre privilegiato la valorizzazione del pregio tecnico rispetto alla rigidità dello spartito tattico, motivo per il quale tanti di quelli bravi che gli son passati per le mani sono assurti allo status di fuoriclasse.

Navigatore di cabotaggio tra latitudini prestigiose e altre dove una civiltà calcistica era da consolidare, il talento ha saputo sempre riconoscerlo, guidarlo, affinarlo senza mai costringerlo: anche per questo i suoi giocatori rispettavano le regole, quasi tutti e quelli che non ci riuscivano gli spiegavano con franchezza il perché, come fece Ronaldo il Fenomeno all'Inter. Perché un filosofo attribuisce dignità finanche alle debolezze, quando il dialogo arricchisce maestro e discepolo al tempo stesso. Sarà stato anche perché lui i brasiliani li venerava da quando aveva affrontato Pelé al Mondiale messicano del '70, fino a volersene portare appresso una colonia a Donetsk, dove con lo Shakthar riuscì a vincere la Coppa UEFA del 2009, uno dei suoi capolavori tecnici.

Giustiziere dell'Italia ma innamorato del Belpaese
Neolatino per ceppo linguistico ma soprattutto per profondità di pensiero e varietà di conoscenze, del nostro Paese non poté che innamorarsi, dopo averci eliminati, noi Campioni del Mondo in carica, dalle qualificazioni per l'Europeo di Francia del 1984 con la sua Romania. Da noi oltre all'Inter ha guidato Pisa, Reggiana e soprattutto Brescia, dove nell'alternanza tra promozioni e retrocessioni nulla ha scalfito il suo carisma, come oggi dimostra il cordoglio di chi lo ha conosciuto, sul rettangolo di gioco come al ristorante o in qualsiasi altro posto dove ci fosse qualcosa da imparare nelle mille maniere in cui un uomo riesce a farlo. Ha allenato anche in Turchia e Russia, esportando l'esperanto di un calcio evoluto ma non costrittivo, lui che poteva fregiarsi del "titolo" di match analyst quando l'espressione non esisteva ancora e quando avversari e partite si potevano iniziare a studiare grazie al videoregistratore, la prima cosa che chiese al "Presidentissimo" Anconetani quando arrivò a Pisa.

Non schemi, ma idee
Se n'è andato in quella stessa Bucarest dove aveva visto la luce ottant'anni fa, dove con le sue idee aveva condotto la Dinamo a fare ombra alla ministeriale, poliziesca Steaua prediletta dal dittatore Ceausescu, che alla sua bravura dovette arrendersi affidandogli la Nazionale, quella sulla cui panchina si era seduto l'ultima volta lo scorso 26 marzo, sconfitto negli spareggi dalla Turchia di Vincenzo Montella. Sempre qualcosa d'italiano, fino alla fine, nella vita di un uomo la cui raffinatezza di pensiero aveva consentito, un giorno, di distillare - lui che anche di vini s'intendeva l- a sua concezione del calcio come sintesi tra individualità e collettivo: «Non alleno schemi, ma idee».
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