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Beccalossi, l’eccellenza discontinua del numero dieci

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 6 maggio 2026, 15:54
Il Beck se n’è andato, a pochi giorni di distanza dal traguardo dei settant’anni. Nella sua Brescia, origine di un percorso che lo avrebbe portato a incantare gli stadi di un’Italia che viveva la transizione dagli anni di piombo alla vittoria di Madrid nel 1982. Desta curiosità notare come, anche nell’ultimo passaggio della sua vita, abbia lasciato qualcosa di incompiuto: segno, anch’esso, di un’esistenza probabilmente iscritta in un destino più grande delle sue sublimi qualità, al quale non gli è mai stato possibile opporsi. Eroe e vittima, al contempo, di un talento che gli apriva infinite porte e gli sbarrava altrettanti portoni.

La dieci dell’inter
Quel talento che, dal Brescia, lo aveva portato all’Inter, che dopo l’addio di Sandro Mazzola era alla ricerca di un erede al quale consegnare dignitosamente la maglia numero dieci divenuta orfana del dovuto genio: quello di cui l’avevano omaggiata artisti del calcio come Suarez e lo stesso figlio di Valentino. Beccalossi arrivò senza avere la statura di quei nobili predecessori, ma con una diversità riconoscibile: quella che metteva la fantasia al potere. Nessuno più di lui poteva indossare quel dieci: dal tocco di palla all’impossibilità di essere incasellato in una sola posizione di campo, dalla capacità di fare gol e realizzare assist alla discontinuità di rendimento. A seconda delle giornate e dei momenti della partita, poteva essere mezzala e trequartista, interno o regista.

Sempre e comunque nella metà campo avversaria, perché il concetto di copertura, nel calcio dell’Evaristo, non si declinava nella prima persona singolare. In realtà, il suo era soprattutto un modo di stare dentro la partita: il gioco non passava sempre dai suoi piedi, sicuramente non gli dava continuità ogni domenica. Però poteva schiuderlo, aprirlo a scenari improvvisamente nuovi, cambiarne il passo, ridisegnarne gli spazi. L’estemporaneità era il suo limite e, al contempo, la materia stessa della sua attrazione. Beccalossi era croce e delizia, santo o disgrazia, dodicesimo in campo o uomo in meno. Quante preghiere la domenica mattina i Marini, gli Oriali, i Beppe Baresi, che lo osservavano per trarre un segno, un auspicio che rivelasse che quel giorno il Beck fosse sceso dal letto col piede buono!

Lo scudetto del 1980
Non aveva il passo del giocatore moderno: per lui non valeva l’obbligo della continuità. Però aveva piede, giocata, gusto del rischio. In una squadra abituata a chiedere disciplina ai suoi uomini, quella libertà andava amministrata. Eugenio Bersellini riuscì a farlo dentro un gruppo solido, costruito più sull’equilibrio che sull’improvvisazione. Lo scudetto del 1980 fu il punto più alto. L’Inter lo vinse con Bordon, Bini, Oriali, Marini, Altobelli, Muraro, Pasinato, con una formazione fondata più sulla sostanza che sull’estro. Beccalossi, in quella stagione, segnò sette gol in campionato e due li fece nel derby del 28 ottobre 1979, quando il Milan portava fresca sul petto la stella appena conquistata. Quel giorno il campo era pesante e il copione sembrava poco adatto a un mancino di tocco. Lui segnò due volte, entrambe di destro. L’Inter vinse 2-0: quella vittoria fu la sua consacrazione popolare, dalla quale cominciò a prendere forma una parte del suo mito. In un calcio che la televisione non aveva ancora completamente cannibalizzato, il suo nome divenne il più pronunciato nei bar di Milano, nelle sue botteghe, per le strade dove i ragazzini provavano a imitarne i movimenti.

Il rapporto con la Nazionale
Eppure, in Nazionale non trovò mai spazio, nemmeno un minuto da subentrato. Beccalossi fece la trafila azzurra nell’Under 21 e nell’Olimpica, ma non arrivò mai a indossare la maglia della squadra di Bearzot, che gli preferiva Antognoni e, più in generale, un’idea di squadra che non concepiva il suo utilizzo. Il lavoro del commissario tecnico, iniziato già qualche anno prima con il mondiale in Argentina, si basava su un gruppo con precise gerarchie e codici comportamentali nei quali il Beck si sarebbe trovato come un pinguino all’equatore. Eppure, nel grigio avvicinarsi all’epico mundial spagnolo, quando pensare l’Italia campione del mondo sembrava più un delirio schizofrenico che un possibile pronostico, tutto il Paese lo invocava come l’unica soluzione per dare vigore a una squadra che non otteneva risultati e produceva un gioco scadente. Una rinuncia difficile da capire per l’opinione pubblica, ancora di più per chi veniva respinto con tanta fermezza da far sospettare il pregiudizio. Solo tanti anni dopo, Beccalossi dimostrò comprensione per le scelte di Bearzot: «L’avrei ammazzato! – disse – Poi l’ho capito: se mi avesse convocato, l’opinione pubblica avrebbe spinto perché giocassi titolare. Il CT aveva il suo gruppo, non poteva permettersi altri casini. E io non ero proprio il suo tipo di giocatore». Già: come avrebbe tollerato il Vecio le sue sigarette di troppo e le divagazioni di qualche notte distratta?

Pièce teatrale
Per paradosso, i destini del Beck e della Nazionale ebbero percorsi inversi. Dopo la vittoria della Coppa del Mondo, che mise a tacere tutte le polemiche sulla sua mancata convocazione, per lui cominciò un graduale declino, del quale si ebbero le prime avvisaglie già nel settembre del 1982, quando nell’andata dei sedicesimi di Coppa delle Coppe, a San Siro contro lo Slovan Bratislava, sbagliò due rigori. Anche in questo, però, la sua storia riuscì a distinguersi. Per un altro giocatore l’episodio sarebbe rimasto una nota statistica, magari crudele. Per lui, grazie al comico interista Paolo Rossi, si trasformò in una rappresentazione teatrale apprezzatissima che, in qualche modo, ha rinforzato definitivamente il legame con i tifosi nerazzurri. Un rapporto che la sua scomparsa probabilmente renderà ancora più solido perché, come cantava qualche tempo fa un altro alfiere del tifo interista, Ligabue: “L'amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?”. Grazie all’amore del pubblico, il Beck riuscirà a dribblare anche i suoi ultimi avversari: l’estremo saluto e l’oblio.
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